venerdì 14 agosto 2009

LORDS E PROSTITUTE




I generi letterari si basano su degli stereotipi ed il Romance non fa eccezione. Sono in molti a sostenere che questo sia un sotto-genere, in cui tanto i personaggi quanto le ambientazioni manchino di spessore e di una qualsivoglia aderenza alla realtà. Prendiamo un clichè molto diffuso nel Romance ma anche nella Letteratura con la L maiuscola: il gentiluomo e la prostituta. Senza scomodare Dumas figlio o Giuseppe Verdi, sono molti gli esempi di storie basate su una tale coppia. Proprio l'anno scorso nella collana dei romanzi Mondadori è stato pubblicato il pregevole “Il cuore di una cortigiana” di Anna Campbell e per la serie oro “ Un romantico equivoco” di Betina Krahn. Lo spessore dei due libri è certamente diverso, la Campbell perlomeno si impegna nella costruzione di personaggi credibili, mentre la Krahn rimane sull'estrema leggerezza, al limite dell'inconsistenza, quello che li accomuna è una visione totalmente falsata dei rapporti fra i sessi e tra le categorie sociali, che evidentemente è però molto cara agli scrittori/ici ed anche ai lettori/ici. A quanto pare le lettrici non solo non protestano, ma a quanto pare si “bevono” una tal sequela di assurdità. Verrebbe da chiedersi come mai; in alcuni casi certamente una non conoscenza del periodo storico può servire da giustificazione, in altri il considerare il Romance come pura evasione.
Per chi volesse farsi un'idea di come andavano (ed in molti paesi ancora vanno) le cose, suggerisco la lettura di due titoli recenti e facilmente reperibili: Michel Faber
"Il petalo cremisi ed il bianco” (Einaudi) e Belinda Starling "La rilegatrice di libri proibiti” (Neri Pozza). Il primo è un capolavoro, anche se molti non sono riusciti ad apprezzarlo a causa della lunghezza, 985 pagine, ed ha per protagonista principale, tra i molti altri, Sugar, giovane e richiestissima prostituta che cerca, di districarsi in una esistenza terribile e senza futuro apparente. Sulla sua strada incontrerà William Rackham, giovane e ricco gentiluomo che ha bisogno di legittimarsi nella sua virilità attraverso un rapporto mercenario privilegiato e che non pensa minimamente a sconvolgere la propria vita per lei. Il suo matrimonio con la bellissima debuttante Agnes è uguale a quello di tanti altri del medesimo ceto e della medesima epoca: una noiosa ma rassicurante routine per lui, un' angosciante e ripetitivo inferno domestico per lei.
“La rilegatrice di libri proibiti” invece narra la difficile lotta per la sopravvivenza ed i compromessi morali necessari per farlo, (operare su testi ed immagini pornografiche, cedere ai ricatti degli usurai, lavorare con degli schiavi) della moglie di un rilegatore Dora, che si vede costretta a sostituirlo, quando questi diventa invalido, all'insaputa di tutti perchè all'epoca non era accettabile che una donna piccolo borghese lavorasse e per di più svolgesse una professione da uomo. Dora affronterà lotte impari e perderà ogni sicurezza psicologica e materiale prima della fine delle sue traversie. Entrambi i romanzi sono ambientati nella Londra vittoriana ad una decina di anni di distanza, lo stesso set di moltissimi romanzi rosa, ma qui si vede la miseria, si sente quasi la puzza di una città piena di poveri e mendicanti, dove la condizione della donna è comunque quella di un essere inferiore, senza diritti se indigente, con pochissimi se ricca, non degna di stima né di rispetto se non in quanto fattrice, costretta comunque a vendersi ad un marito o ad un amante, per il quale non è né più né meno che un oggetto od un pezzo di carne da usare a proprio piacimento. Non ci sono cavalieri immacolati e coraggiosi che si struggono per la cortigiana di turno, bensì maschi affamati che necessitano di sfogare la loro libidine e prostitute che di certo il cuore non l'hanno d'oro, bensì duro come un diamante per aver vissuto e sopportato anni di orrore.
Allora è forse vero che le lettrici di Romance non hanno senso critico o che preferiscono credere in un modo irrealistico dove gli uomini e le donne sono infinitamente più perfetti o semplicemente bidimensionali? Il successo che films come Pretty Woman continuano a riscuotere ad ogni passaggio televisivo sembrerebbe confermare una simile ipotesi, come se il ruolo della donna, nell'immaginario collettivo, si fosse cristallizzato in due sole posizioni: la santa e la peccatrice, a dispetto di una realtà in forte e continuo cambiamento o forse proprio per questo. Le eccezioni storiche ci sono sempre state ovviamente, basti pensare all'imperatore Giustiniano, che fece della ex mantenuta Teodora la sua imperatrice, ma erano appunto eccezioni, è curioso osservare come per qualche misterioso motivo, quella che è stata per gli ultimi 350 anni una costante, ovvero la relazione tra un ricco borghese od un aristocratico ed un'attrice più o meno di grido, questa si conclusasi più volte con un matrimonio, non venga praticamente mai affrontata dalle autrici di Romance. Radicata diffidenza verso una professione sempre considerata sospetta (in fondo come fidarsi di chi per mestiere finge di essere qualcun altro), scarsa voglia o timore di cimentarsi con temi differenti da parte di editori e scrittrici? La Storia è ricca di vicende affascinanti di donne molto più interessanti di Margherita Gauthier/ Violetta Valery, è forse giusto cominciare a scoprirle e farne spunto per splendide storie d'amore.....


martedì 11 agosto 2009

RECENSIONE IO E MARLEY (Marley and Me) 2008







Regia di David Frankel con Owen Wilson (John Grogan), Jennifer Aniston (Jennifer Grogan), Alan Arkin (Arnie Klein), Kathleen Turner (Ms. Kornblut)


John e Jennifer Grogan sono una giovane coppia di sposi piena di entusiasmo ma ancor più di incertezze: sul loro futuro in generale e su quello professionale in particolare, su dove stabilirsi e su quale direzione far prendere al loro rapporto. Se Jennifer ha le idee piuttosto chiare, ovvero vuole una famiglia, John non si sente ancora del tutto adulto né pronto a diventar padre, così accetta immediatamente il suggerimento di un collega, ovvero prendere un cane che tenga occupata Jennifer e le permetta allo stesso tempo di sfogare il suo istinto materno, concedendogli intanto la possibilità di procrastinare una decisione e di abituarsi eventualmente all’idea di una prossima paternità. La scelta cade su uno splendido cucciolo di Labrador Retriver, ribattezzato Marley, che si rivelerà un incrocio tra un terremoto ed un ciclone e che sconvolgerà la loro vita, dapprima nel tentativo di tenerlo a bada ed in seguito come membro fondamentale e cemento della nascente famiglia Grogan. Gli anni passeranno, molti cambiamenti ci saranno ma Marley sarà sempre lì, guardiano, custode, compagno, testimone, amico.

Tre anni fa il libro autobiografico del giornalista John Grogan ottenne un inaspettato e planetario successo, naturale quindi che Hollywood decidesse di farne un film che bissasse quel successo. L’impresa, almeno dal punto di vista economico, sembra riuscita: il film ha incassato moltissimo in America e nei paesi dove è uscito finora, anche se non tutti sembra abbiano capito il meccanismo per cui ciò sia successo. In effetti la pellicola non è certamente un capolavoro e la regia di David Frankel è quella che si definisce una direzione “corretta” ma senza particolari guizzi, al limite del piatto, specialmente quando dopo una prima parte più ritmata e divertente (in cui Marley ne combina mille ed una), la storia rallenta per seguire la vita quotidiana della famiglia Grogan divenendo la cronaca un poco banale di fatti usuali e comuni ai più. Però è proprio in questa mancanza di eccezionalità che sta paradossalmente la forza del film, non le vicende funamboliche od avventurose di personaggi fittizi, ma l’esistenza genuina e scontata di un normale nucleo familiare alle prese con problemi scontati e normali, ma in cui tutti possono riconoscersi, narrati con delicatezza, senza mai alzare i toni o ricorrere ad effettacci di dubbio gusto. Perché ciò che è davvero straordinario, nel suo essere ordinario, è la forza del sentimento che unisce la coppia da sola prima ed in seguito la coppia che cresce e matura aprendosi alla genitorialità, grazie anche a Marley e che impara la forza dell’amore nelle sue varie declinazioni, inclusa quella importantissima tra uomo ed animale, tra padrone e cane.

Certo la sceneggiatura spesso sembra non sapere esattamente che direzione prendere, se quella del film comico, della commedia di costume, del film per famiglie, del dramma contemporaneo e cerca di mischiare un poco di tutto ma senza eccessiva perizia, salvato dalla evidente chimica tra la Aniston e Wilson che rendono concreta e credibile la trama, nonché da un regista che si mette al loro servizio. Jennifer Aniston è gradevole e solida come co-protagonista, ma Owen Wilson è decisamente bravo, in un ruolo dove non può ricorrere ai suoi soliti e facili eccessi comici bensì è costretto, fortunatamente per noi, ad usare una gamma interpretativa decisamente più modulata da commedia che vira al drammatico nel finale. Comprimari di lusso e bravissimi Alan Arkin nel ruolo del capo di Grogan e Kathleen Turner in quello dell’istruttrice cinofila Ms. Kornblut, un delizioso cameo, ed ultimo, anzi ultimi, i cani che impersonano Marley nelle varie età, deliziosi, divertenti, bravissimi, tutt’altro che attori-cani, anzi spesso sono decisamente i migliori in scena!
Un film carino, che intrattiene nonostante qualche lentezza e che si riscatta totalmente in un finale tragico ma molto intenso, che sfida diversi tabù e ci regala alcune scene di puro dolore, che niente hanno a che fare con certe pellicole completamente artefatte per la famiglia.
Chi ha un cane (un Labrador in particolare) o l’ha avuto riderà e piangerà alternativamente, ricordando e rivivendo esperienze note, ma anche chi non ha mai provato quell’amore puro, assoluto, pulito e totale che nasce tra un cane e l’uomo e che non è facile da esprimere o da far comprendere a chi questa conoscenza non l’ha, rimarrà toccato e forse valuterà con occhi diversi le notizie in genere drammatiche, in cui si parla di cani, quasi sempre in chiave negativa. Perché questi numerosissimi compagni ci sono silenziosamente accanto ogni giorno ed in tanti momenti e campi importanti, chiedendo poco e dando moltissimo: sono con gli anziani soli, coi bambini autistici, coi malati terminali, coi ciechi, i sordomuti, coi malati di alcuni tipi di disturbi mentali, coi paraplegici, con la guardia costiera, coi pompieri, con la polizia, con la protezione civile o semplicemente arricchendo inestimabilmente la vita di chi ha la fortuna di accoglierli.
Lavorano per noi, con noi, pronti a dar la vita per un sorriso ed una carezza. John Grogan ha reso un giusto e doveroso omaggio ad una creatura splendida col suo libro, ed anche il film nel suo piccolo, riesce in parte a riprodurre il nocciolo di questo evento speciale, credo che anche noi dovremmo dire una sola parola: grazie.

RECENSIONE SEMPLICEMENTE PERFETTO (Simply Perfect) di Mary Balogh

Prima edizione: 2008 by Dell


Edito in Italia da: Mondadori, I Romanzi Emozioni no.7, agosto 2009


Ambientazione: regency


Grado di sensualità: warm (caldo)


Voto/rating: 9/10


Collegamenti ad altri libri: ultimo romanzo del “Quartetto Simply” (Simply Quartet), ovvero della serie dedicata alle insegnanti della Scuola per Signorine di Miss Martin a Bath. La serie è così composta:
1. RISVEGLIO DI PASSIONI (Simply Unforgettable) – protagonisti Frances Allard e Lucius Marshall, visconte Sinclair

2. SEMPLICEMENTE AMORE (Simply Love) - protagonisti Anne Jewell e Sydnam Butler

3. SEMPLICEMENTE MAGICO (Simply Magic) - protagonisti Susanna Osbourne e Peter Edgeworth, Visconte di Whitleaf

4. SEMPLICEMENTE PERFETTO (Simply Perfect) - protagonisti Claudia Martin e Joseph Fawcitt, marchese di Attingsborough

Joseph Fawcitt, marchese di Attinsborough: bello, nobile, elegante, affascinante, gentile, generoso, seducente, scapolo, futuro duca.
Claudia Martin preside ed insegnante: aspetto mediocre, dura, severa, seria, responsabile, generosa, gentile, coraggiosa, orgogliosa caparbia, zitella trentacinquenne che odia gli aristocratici.
Nulla può esserci di più distante di questi due personaggi.
Lei è una donna abituata alle avversità, che con forza e tenacia si è costruita una carriera ed una vita, fieramente indipendenti e le ha dedicate ad aiutare altre ragazze in difficoltà come lo era stata lei un tempo. Claudia non si concede debolezze e pensa che il matrimonio sia un pessimo destino per buona parte del genere femminile
Lui è uno splendido aristocratico, un perfetto gentiluomo, nato con tutti i privilegi, apparentemente a suo agio nella sua condizione, che ha trascorso una tranquilla esistenza a fare ciò che tutti si aspettavano da lui, né di più né di meno. O quasi. Perché Joseph custodisce un segreto dolce-amaro, un segreto per cui la prospettiva dell’imminente matrimonio, combinato per lui da suo padre, diviene fonte di preoccupazione oltre che non particolarmente appetibile. Ma non si sottrarrà a quelli che considera essere i suoi doveri principali, ovvero sposarsi e generare almeno un erede legittimo. Farà ciò che è giusto, come sempre del resto.
Anche Claudia ha fatto del dovere quasi una religione, ne è sacerdotessa e cultrice al tempo stesso, lo impone agli altri ed a sé stessa per prima, con ben poche deroghe, conducendo ogni giorno una vita accuratamente programmata, piuttosto monotona e molto prevedibile.
Un banale viaggio lì farà incontrare, scontrare, separare ed infine avvicinare quando Joseph si confesserà con Claudia per chiedere il suo aiuto per una questione talmente importante da sconvolgere i loro destini, benché entrambi si oppongano con violenza ad ogni cambiamento dello statu quo. Per paura, per abitudine, per timore di sfidare le convenzioni, per comodità, per aver perso la capacità di sognare. Perché a volte la rassegnazione è ben più facile, così come autopunirsi diviene una consuetudine rassicurante. Ma a volte i germogli più belli riescono a sbocciare in un territorio ostile, così come l’amore arriva dove non lo si cerca e quando non lo si aspetta, se solo si ha il coraggio di guardarlo a viso aperto e di accettarlo. E Claudia e Joseph non si sottrarranno alla sfida.

Che due personaggi simili potessero innamorarsi era per me un’ipotesi inverosimile ma Mary Balogh non solo è riuscita in un compito difficilissimo ed improbabile, ma lo ha fatto regalandoci un libro meraviglioso, commovente, vibrante e toccante. Un romanzo dove si sente letteralmente il silenzio, un silenzio pregno di significati, dove gli sguardi ci parlano, dove la bellezza ci circonda, dove ogni rivolgimento dell’animo dei personaggi ci attraversa il corpo come fossimo loro, dove è impossibile staccarsi dalla trama e dai suoi protagonisti. Un trama semplice, come nello stile dell’autrice, in cui gli accadimenti sono soprattutto interiori e proprio per questo ben più d’effetto che mille colpi di scena. Una storia che va dritta al cuore ed al centro dell’anima, con brani di straordinaria profondità e saggezza, tra i più belli e veri che la Balogh abbia mai scritto e che rientrano a pieno titolo nella letteratura di serie A.


Claudia e Joseph ci appaiono come persone reali, soffriamo con loro, gioiamo con loro, li accompagniamo nella scoperta di loro stessi, dei loro più intimi e inconfessati segreti, del loro desiderio di felicità e della loro sopita ma intensa passione che aspetta sono il giusto detonatore per poter esplodere. Claudia per necessità ed a causa di un grande dolore, ha rinunciato ad essere una donna, per annullarsi nel suo ruolo di insegnante, illudendosi di essere appagata per poter sopravvivere. Joseph non si è mai ribellato alle regole scritte e non del proprio ceto sociale, rinunciando alle emozioni profonde ma anche ad una esistenza degna di questo nome, avviandosi ad appassire come una pianta mal curata. Entrambi, in realtà, desiderano una carezza, un bacio, un po’ di calore, che li faccia sentire desiderati, amati, che li faccia sentire veramente e pienamente vivi. Nella mente, nello spirito e nel corpo. Che li ammanti di luce, che li avvolga come un bozzolo protettivo, che li infiammi. Spesso ciò che bramiamo più famelicamente, è in realtà ciò che ci spaventa di più, e la nostra coppia proprio questo si troverà ad affrontare e sconfiggere: le loro paure, per aver il diritto di volare ed afferrare la contentezza, la soddisfazione, la realizzazione.
Mary Balogh, come da par suo, crea scenari di rara magia, di estrema atmosfera e di totale verità, non vi sono scene sconvolgenti o particolarmente erotiche, eppure leggere di Claudia e Joseph, seduti l’uno a fianco dell’altra, silenti eppure vicinissimi interiormente, è leggere una delle più belle, ben riuscite e penetranti scene d’amore mai scritte in un romance. Questo è l’amore, quello dei piccoli ma importantissimi gesti comuni, quotidiani, ma ricolmi di significati quando compiuti da chi ci ama e che amiamo, un amore non impossibile, pieno di imperfezioni, non facile, ma per cui impegnarci, lottare e patire se necessario.

Un romanzo da consigliare anche a chi non ama questa autrice, che oltre ad intrattenere nutre lo spirito e ci riconcilia con noi stessi.


domenica 26 luglio 2009

RECENSIONE IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON (The curious case of Benjamin Button) 2008


Regia di David Fincher con Brad Pitt (Benjamin Button) Cate Blanchett (Daisy Fueller) Julia Ormond (Caroline) Taraji P. Henson (Queenie)

New Orleans, 1918, la città è in festa per la fine della Grande Guerra. Monsieur Gateau talentuoso costruttore di orologi cieco, ha perso in battaglia il suo unico figlio. Non ha pianto lacrime che fossero visibili ma il suo dolore è grande. Prima di scomparire per sempre, decide di terminare quella che è la sua commissione più importante, un enorme cronografo per la stazione centrale, a modo suo. Le sue lancette infatti segneranno si il tempo, ma all’indietro, perché forse così, afferma, coloro che abbiamo perso potranno tornare da noi.

Thomas Button si affretta verso casa, sua moglie sta partorendo il loro primogenito è lui è pieno di entusiasmo. Ma ad accoglierlo troverà una casa silenziosa, un letto zuppo di sangue, una moglie alle soglie del trapasso. Il bambino è nato, è vivo, ma è mostruoso. Non può essere suo figlio. Non può. E’ uno scherzo della natura, una vergogna da coprire, un problema da eliminare. Thomas non ci pensa su nemmeno un attimo, non terrà quell’essere deforme. Vorrebbe annegarlo nel fiume, ma la presenza di un poliziotto glielo impedisce, così lo abbandonerà davanti ad una casa di riposo per anziani, dove lo troverà la capo inserviente di colore Queenie, che nonostante non sia sposata, non guadagni granché ed abiti nel sottoscala dell’edificio, avrà il cuore abbastanza grande per accogliere, salvare ed amare quel neonato repellente, rugoso ad artritico come un novantenne.

Inizia così uno dei film più belli dell’anno, stabilendo da subito il tono del racconto, che non vuol essere se non in minima parte agganciato alla realtà, ma per il resto si situa nel favolistico, in una terra di mezzo tra Forrest Gump ed Il favoloso mondo di Amélié. Come per i film fantastici, anche qui è necessaria una sospensione del giudizio per potersi godere appieno la storia e lasciarsi trasportare da essa. Non cercate verosimiglianza od assenza di incongruenze, che pure ci sono e numerose, non è una commedia, un documentario od una pellicola di denuncia, ma cinema allo stato puro: ovvero sogno ed emozione. Lasciate i pregiudizi a casa (non mi piace Brad Pitt, è troppo lungo, è ambientato nel passato, è un’americanata) ed abbandonatevi alla magia. L’incanto di una regia forte ed avvolgente, di una fotografia meravigliosa e sapiente che cambia con il variare dei periodi storici, passando dal bianco e nero, al seppia, al technicolor, alla saturazione tendente all’ocra degli anni sessanta e del superotto, a quella a luce quasi naturale degli anni settanta, alla mancanza di contrasto degli anni ottanta, per approdare alla luce fredda e virata al grigio dei giorni nostri, in un virtuosismo che coinvolge tutti gli altri reparti. Musica, scenografia, costumi, suono, trucco ed effetti speciali sono di un livello altissimo come lo sono tutti gli interpreti, dai comprimari ai protagonisti, con menzione particolare per la strepitosa Taraji P. Henson nei panni di Queenie e per la radiosa ed intensa Cate Balchett nei panni di Daisy, l’amore della vita di Benjamin. Come gli ingranaggi dell’orologio di Monsieur Gateau, anche qui tutto concorre al risultato finale, che se in alcune singole parti può mostrare pecche, (come la sceneggiatura che ricorda troppo il succitato Forrest Gump discostandosi moltissimo dall’omonimo racconto di Francis Scott Fitzgerald da cui è tratta) nell’insieme si armonizza e ci consegna un’opera lirica, struggente ed affascinante.
E’ difficile non partecipare alla vita di questo bambino, alla sua scoperta della vita partendo dall’assenza di speranze per approdare alla meraviglia della conquista giornaliera di ciò che gli altri danno per scontato, come poter camminare con le proprie gambe, essere autosufficienti, uscire di casa, riuscire lavorare, scoprire l’amore, quello fisico e quello spirituale, sapendo al contrario di tutti gli altri, quale sarà la propria fine. E mantenere l’animo puro ed aperto, alle persone come all’esistenza, per quanti colpi duri essa possa infliggerci.

Certamente la prima metà del film, incentrata su Benjamin, è la più riuscita, si rimane avvinti dalle immagini in maniera quasi ipnotica e ci si sente catturarti nel profondo senza comprenderne totalmente il motivo. Poi la trama si sposta sulla storia sentimentale tra i protagonisti, cambiando leggermente registro. Benjamin e Daisy si innamoreranno da bambini e riusciranno, dopo molte traversie ed esperienze, a vivere appieno questo sentimento solo ormai adulti e per un breve momento. Ma non è questo il miglior ritratto dell’amore che il film ci regala. Pitt e Blanchett sono bellissimi, levigati, perfettamente accoppiati ed adeguatamente appassionati nei loro incontri della maturità, poi per loro il tempo inizierà a scorrere diacronicamente. Solo allora, quando entrambi saranno vecchi, anche se in maniera fisicamente opposta, assisteremo ad alcune tra le più commoventi e vivide rappresentazioni dell’amore che mi sia mai capitato di vedere sul grande schermo, varrebbero da sole tutto il film.
David Fincher, innovatore, disturbatore, amante dei toni cupi e dei disadattati, sorprendentemente dirige una pellicola in maniera classica eppure personale, raggiungendo una maturità che promette futuri capolavori e che diversamente dalle sue precedenti opere non propone soluzioni ma pone quesiti.
Quesiti probabilmente sgradevoli in un mondo dominato da una parte da dogmi ed ideologie (anche in campo cinematografico) dall’altro da un individualismo sfrenato e da un culto di una irraggiungibile perfezione fisica sotto cui si cela il niente ed il terrore della morte. La bruttezza o una qualsiasi deformità o difformità rendono un essere umano indegno ed immeritevole di essere accolto nella società e di essere amato? Perché la società non vuole farsene carico come non vuole farsi carico degli anziani, trasformando di fatto tutte queste persone in invisibili ed indesiderabili? Davvero i legami di sangue sono quelli più forti o l'esser genitori non ha nulla a che fare con la semplice biologia e tutto con il desiderio di accoglienza? Perché non sono accettabili gli inevitabili segni dell’invecchiamento? Perché non si può mostrare che l’amore è anche rinuncia al proprio egocentrismo e parzialmente rinuncia all’io, per passare al noi? Cosa o chi dà significato al nostro vivere?
A ciascuno di noi trovare, se c’interessa, la risposta a queste domande, proposte più con la potenza delle immagini che con quella delle parole, che onestamente qui sono di importanza alquanto relativa. E come le immagini, restano dentro di noi, a lungo. Impossibile uscire dalla visione di questo film senza aver provato nulla, non importa a quali mezzi gli autori siano ricorsi, fatto sta che hanno colpito il nostro cuore e toccato il nostro spirito. A me sembra un risultato enorme.

RECENSIONE SOGNANDO TE( Dreaming of you) di Lisa Kleypas


Prima edizione: 2004 by Avon Books

Edito in Italia da: Mondadori, collana Oscar Bestseller, aprile 2008, seconda edizione collana Emozioni febbraio 2009

Ambientazione: 1820 circa

Grado di sensualità: hot/bollente

Voto/rating : 9/10

Collegamenti con altri romanzi : è il secondo romanzo della serie detta dei "Giocatori" (Gamblers), dopo "Then Came you", inedito in Italia.


Sara Fielding ha un aspetto banale, si veste in maniera banale e conduce una vita apparentemente banale in un anonimo paesetto della campagna inglese. Ma in quel piccolo cottage, al riparo nella sua stanza, Sara ribolle delle storie che vorrebbe raccontare a quel mondo che tutto sommato conosce ben poco, se non attraverso la fantasia. Una fantasia galoppante ed una passione irrefrenabile che l'hanno condotta ad intraprendere la carriera di scrittrice, nonostante la disapprovazione iniziale della famiglia. Ma le storie dentro di lei non possono attendere, vogliono essere narrate e non accettano ostacoli sul loro cammino: né la paura dell'ignoto né la miriade di difficoltà che dovrebbe affrontare una ragazza ingenua ed inesperta che decidesse di confrontarsi col vizio. E quale miglior antro di vizi di Londra, o meglio una casa da gioco, quindi di malaffare, a Londra? Con sprezzo del pericolo e molta incoscienza, nonché assoluta ignoranza, la giovane parte alla volta della capitale e si introduce più o meno illecitamente in quella che ne è la più famosa casa da gioco, incontrandone il proprietario, colui che controlla ogni tipo di traffico losco della città: Derek Craven. Lo splendido, seducente, affascinante spietato Derek. A quel punto per Sara tutto passa in secondo piano: le ricerche per il nuovo romanzo, il desiderio di indipendenza e quello di conoscere la vita di città in tutti i suoi aspetti, anche quelli più sordidi. Sono solo scuse per rimanere accanto ad un uomo da cui è rimasta letteralmente folgorata e che è rimasto a sua volta folgorato da lei, ma che per quanto delinquente non lo è abbastanza per approfittare di un' innocente. Derek la scoraggia in ogni maniera, la spaventa, la provoca cerca di disgustarla e nel frattempo soffre come un cane, si infuria, si macera, si abbruttisce con l'alcool. Eppure Sara non cede e per conquistarlo si trasformerà in un'altra donna, una donna sensuale ed intrepida, una donna da sogno, quella dei sogni di Derek. Chi non ha mai letto un libro di Lisa Kleypas non dovrebbe farsi sfuggire l’occasione di conoscerla cominciando da questo, chi già la apprezza, ma ha mancato la precedente pubblicazione di questo romanzo, dovrebbe rimediare, chi non se l’è lasciato sfuggire un anno fa, dovrebbe rileggerselo. Perché qui ci sono tutti gli elementi che fanno della Kleypas una grande scrittrice: la capacità di catturare immediatamente l’attenzione del lettore e di mantenerla viva sino alla fine, l’alchimia sempre forte e realistica che riesce a creare tra i due protagonisti in poche righe e che ci fa arrivare intensa ed intera, l’ottima caratterizzazione di tutti i personaggi, dai principali ai minori, le sue descrizioni assolutamente cinematografiche, per cui a volte si ha la netta impressione di star guardando un film, la partecipazione emotiva che riesce sempre ad ottenere anche dal lettore più riottoso, la naturalezza dell’eccitazione che le sue scene d’amore non mancano mai di suscitare. La Kleypas usa consapevolmente degli stereotipi e delle storie già sfruttate, a cui però infonde nuova vita ed una nuova credibile direzione. Sara è allo stesso tempo il prototipo della giovane vergine, inconsapevole della sue attrattive e della sua femminilità ma anche il simbolo della purezza, , così come Derek è si il prototipo della canaglia, del maschio prepotente, dominatore e disonesto e proprio per questo desiderabile, ma anche il simbolo della depravazione. Il vizio e la virtù si attraggono incessantemente ed inevitabilmente; Derek vede in Sara quella pulizia morale, quel cuore incontaminato, quell’animo cristallino che lui non ha mai nemmeno potuto sognare di avere, perché non è che un rifiuto della società, un orfano senza nome e senza età, che ha fatto letteralmente di tutto per sopravvivere. La sua disperazione e la sua volontà di fuggire da quella innominabile miseria, sono state così profonde e totali che non si è fermato di fronte a nulla. Ma ora, a paragone di Sara, si sente vecchio, vecchio e sporco e vorrebbe recuperare quella parte innocente sepolta da sempre. Sara invece, vede di Derek non solo la parte positiva, coraggiosa e per lei eroica, ma anche tutta una messe di esperienze che le sono state e sempre le saranno precluse, nella sua esistenza modesta ma protetta, l’audacia di seguire i propri desideri senza troppi scrupoli, l’appagamento della soddisfazione dei propri appetiti, qualunque essi siano. Attraverso di lui, le sembra di poter assaggiare tutto un universo proibito che la spaventa e nel contempo la attrae, nonché di poter recitare anch’ella una parte eroica salvandolo da sé stesso e di crescere per diventare da ragazzina immatura a donna. Derek e Sara sono il perfetto contraltare l’uno dell’altra e poco importa che nella realtà una coppia del genere sarebbe disastrosa, nella finzione funzionano meravigliosamente. Perché anche chi, come me, non ama affatto i cattivi ragazzi, non potrà che essere sedotta da Derek Craven, dalla sua sofferenza, dalla sua solidità, dalla sua forza, dalla sua sensualità. Lisa Kleypas sa bene che le donne amano vestire i panni delle crocerossine, che adorano il sacrificio e che sono disposte a patire molto per un uomo che le incanta e le fa sentire delle regine, soprattutto in certi momenti. Come Sara istintivamente percepisce che Derek può far sbocciare la sua femminilità anche noi capiamo che Derek è il tipo di cavaliere in scintillante armatura che in fondo vorremmo: prima ci salva dal drago, poi ci regala il mondo ed infine ci porta in paradiso coi suoi baci (ed il resto…). Resistere si può? Io non credo ed anche se si potesse perché farlo? Divertiamoci, commuoviamoci, sospiriamo ed alla fine soccombiamo a Derek ed alla maestria della Kleypas, con un unico avvertimento: dà dipendenza!


sabato 25 luglio 2009

RECENSIONE PROMESSE (Uncommon Vows) di Mary Jo Putney




Prima pubblicazione anno: 1991 by Onyx


Pubblicato in Italia da: Mondadori, I Romanzi Big no.839, dicembre 2008


Livello di sensualità: Warm (caldo)


Ambientazione: Medievale


Voto: 7-/10

Può uno sguardo penetrare nel cuore? Può uno sguardo rapire l’anima? Adrian de Lancey se lo domanda dopo aver incontrato quello della giovane novizia Meriel de Vere e preferisce non aver risposta. Lui è un cavaliere che passa da una battaglia all’altra e lei una fanciulla votata a Dio. Meglio dimenticare. Trascorrono sei anni e di nuovo il destino fa incrociare i loro cammini, Meriel alla fine non ha preso i voti e si trova accidentalmente nei possedimenti di Adrian, dove viene scambiata per una cacciatrice di frodo. Meriel, temendo rappresaglie, preferisce non dichiarare la propria identità di nobile Normanna ed essere scambiata per una serva, visto che suo fratello appoggia la fazione avversa ad Adrian,ora conte di Shropshire. Ma Adrian, benché non la riconosca immediatamente, è di nuovo in balia del suo sguardo e non riesce a liberarsi di quello che gli appare come un sortilegio. Comincia così la storia di un desiderio intenso e contrastato che si trasformerà in ossessione, quando la ragazza rifiuterà tutte le sue avances e dichiarerà di preferire la morte alla sottomissione della sua volontà. Sarà un lotta feroce ed estenuante quasi come sul campo di battaglia per Adrian, che porrà in secondo piano i suoi doveri e la guerra civile che sta infuriando in Inghilterra, per gli occhi di Meriel , quegli occhi che rifiutano di ricambiarlo ma da cui lui non riesce a distaccarsi.

Il Medioevo inglese è spesso usato come ambientazione di romances storici, ma con risultati alquanto scarsi, visto che abbondano gli anacronismi e l’incapacità a ritrarre verosimilmente ambienti, situazioni e personaggi. La Putney invece ci presenta uno splendido affresco dell’anno mille, facendoci credere di stare effettivamente vivendo in quel periodo e non di stare guardando dei contemporanei travestiti da antichi. Il suo è quasi un romanzo intimista, perché benché non manchino i riferimenti esteriori, il racconto si concentra sui conflitti interiori dei due protagonisti, sui loro desideri confessati e su quelli inconfessabili, sul primato o meno del dovere sulla volontà individuale, sugli scrupoli della coscienza. Ecco, la coscienza: è la terza protagonista di questo libro, una protagonista forse ingombrate per il sentire contemporaneo, che si fa beffe di essa come di qualsivoglia scrupolo, relegandolo all’archeologia. Adrian e Meriel invece debbono rispondere alla loro coscienza, formatasi su una severa educazione religiosa, come era naturale e consueto all’epoca, ma che per loro è anche più forte in quanto entrambi sono stati vicinissimi a prendere i voti.
Adrian vorrebbe essere più forte dei suoi appetiti per il sangue e per la carne, ma come non può liberarsi del tutto dal piacere della battaglia, così non riesce a rifiutare il piacere del corpo della donna. Meriel invece teme profondamente di poter anche solo immaginare di abbandonarsi a quelli che per lei non sono che impulsi del demonio per allontanarla dal Cristo. Ma la paura non può fermare il fluire della passione: entra nei pori della pelle, scorre nel sangue, si respira con l’aria nei polmoni, batte con le pulsazioni del nostro cuore. Arrendervisi non sarà facile per nessuno dei due.
Il sentimento Cristiano di entrambi è vivissimo e profondo, l’amore per Gesù è così vero che è assolutamente toccante; è da molto tempo che non leggevo in un romanzo una tale sincera e forte atmosfera religiosa e mai mi era capitato in un romance, dove purtroppo, a discapito di qualunque realtà storica oggettiva, l’elemento della Fede non compare quasi mai e tutti sembrano allegramente o pigramente agnostici. Invece il Cristianesimo e la vita religiosa in generale, sono stati per millenni il centro della vita sociale e privata del mondo, solo negli ultimi trent’anni si è passati nel mondo occidentale, ad una secolarizzazione diffusa, quindi tanto di cappello alla Putney per aver saputo ricreare un tal universo, con perizia ed onestà. Non è necessario essere credenti per apprezzare un racconto del genere, anzi. La scena in cui Adrian risolve la propria lotta interiore e può finalmente pregare col cuore leggero, è una delle più intense che abbia letto, sentire quasi, come lui, la Grazia attraversarci sarebbe un bel regalo. Inoltre, il senso del peccato è la base della contrapposizione, quindi del cardine di ogni tipo di letteratura e qui è espresso molto chiaramente, divenendo un punto di forza del romanzo.
Altro punto forte è il meraviglioso protagonista Adrian: freddo e bollente, saggio ed imprudente, sicuro ma tormentato, umile ma anche volitivo, ci si innamora di lui quasi istantaneamente e si vorrebbe non lasciarlo, nonché vederlo accoppiato ad un’eroina di pari livello. Purtroppo invece Meriel risulta semplicemente essere una ragazzina, testarda, limitata ed oltremodo incapace di ammettere di essere in torto. Non comprendiamo perché Adrian debba essere così follemente innamorato di lei, visto che non porta alcun segno di eccezionalità. Peggio ancora, l’espediente utilizzato dall’autrice per giustificare il cambiamento della donzella, non solo risulta troppo macchinoso e poco credibile, ma non fa che aumentare la limpida percezione del divario tra i due. Un eroe di tale levatura è destinato ad essere perdente quando la sua amata è troppo mediocre, così come tutta la storia sfortunatamente si sfalda dopo una prima parte talmente ben riuscita e palpitante che non si riesce ad interrompere la lettura. Un inizio folgorante che non mantiene le promesse del titolo, un romanzo dalla doppia personalità come la sua protagonista: eccellente e passabile. Peccato, un’occasione sprecata, fermo restando che la Putney scrive come suo solito, con grande stile, eleganza e padronanza dei vari elementi della narrazione, ma quello che poteva essere un nove diviene un sette non pieno.


martedì 21 luglio 2009

RECENSIONE THE DUCHESS (2008)










Regia di Saul Dibb con Keira Knightely, Ralph Fiennes, Charlotte Rampling)

Lady Georgiana Spencer ha tutto: è giovane, bella, ricca, nobile e corteggiata. Meglio ancora: è promessa in sposa a William Cavendish, duca di Devonshire, il suo futuro è radioso come una giornata di primavera. Difatti il duca è bello, affascinante e molto attratto da lei. Ma non la ama, perlomeno non come lei vorrebbe. Ci sono altre donne, ci sono momenti non propriamente d'oro. Georgiana, tra un ricevimento, una scampagnata ed una passeggiata a cavallo comincia pensare che la sua vita non sia poi così soddisfacente, non riesce a dare al marito il sospirato erede, come è suo dovere e lui si arrabbia, la allontana e si allontana. Georgiana prima si dispera, poi cerca di uscire da una situazione per lei umiliante, diventando qualcosa di diverso da quanto tutti si aspettano da lei Comincia ad acconciarsi, a vestirsi e parlare con un proprio stile, ad attirare l'attenzione su di sé per le sue idee e per il suo spirito mordace, nonché per il suo flirtare spudorato. Cercherà di trovare un proprio senso ed inseguirà il proprio piacere, imitando l'esempio del marito, che le ha imposto in casa come amante addirittura quelle che Georgiana riteneva la sua migliore amica, Elizabeth Foster. E non si fermerà qui. Farà apertamente campagna per i Whig, esponendosi pubblicamente e finendo per innamorarsi di un membro di spicco del partito Charles Grey. Ma il prezzo da pagare sarà alto, da tutti i punti di vista.

Splendide dimore, panorami favolosi, bellissimi costumi: questo è quello che rimane soprattutto della visione di questo film. D'altronde gli inglesi sono maestri nelle ricostruzioni storiche e nello scrupolo con cui lo fanno. Ci sono momenti in cui si è abbacinati da tanta magnificienza e per qualche secondo si perde anche la cognizione di essere nel ventesimo secolo, peccato che sia per l'appunto solo per qualche secondo. Purtroppo gli sceneggiatori sembrano preoccupati di mostrarci Georgiana come una ragazza moderna, una suffragetta ante litteram, una radicale, inserendo battute e situazioni un poco anacronistiche e spingendo troppo sulla parte romantica, ritenendo così di renderla più appetibile al pubblico di oggi, mentre non fanno altro che rendercela più aliena, proprio perchè non spiegandoci il suo contesto e la società in cui era nata non ci permettono di conoscerla, capirla ed entrare veramente in contatto con lei. A riprova di ciò è la scelta della bella Keira Knightely come protagonista, i suoi tratti, la sua estrema magrezza, la sua mimica sono assolutamente contemporanei, le anoressiche col viso da modelle non erano certamente in auge nel diciottesimo secolo, ma sono un must ai giorni nostri. La Knightely ci tiene molto ad affermarsi come attrice drammatica e si impegna a fondo in questo ruolo, che le sembra essere stato cucito addosso per meglio farla brillare e ci offre probabilmente la sua migliore prova recitativa. Eppure sembra spesso essere in “costume” anziché essere Georgiana, la vediamo osservarsi nel ruolo anziché abbandonarsi ad esso ed alla fine il personaggio ci elude come i motivi della sua sofferenza e delle sua scelte a volte dissennate. Fortunatamente sull'ottimo Ralph Fiennes si può sempre contare, la sua prova è brillante, convincente e coinvolgente e non è facile per la Knightely rubargli la scena, benché ci provi spesso.
Charlotte Rampling, che interpreta la madre di Georgiana, sembra spaesata, nonostante sia una brava attrice non riesce a rendere né il periodo storico, né la coscienza aristocratica di Lady Spencer. I comprimari sono tutti professionali, senza particolari menzioni come d'altronde lo è la regia: semplicemente corretta. Saul Bibb non si segnala come dotato di personalità o capacità autoriale, tant'è che le inquadrature più rimarchevoli sembrano copiate di peso da Marie Antoniette della Coppola, senza però la notevole visione artistica di quest'ultima. Dibb filma senza approfondire né le psicologie né il dramma, perdendo peraltro diversi spunti contenuti nella trama e ci consegna una preziosa, brillante, sontuosa confezione che avrebbe voluto farsi melodramma ma non ci riesce. Piacevole, interessante in taluni punti e dimenticabile.
Ma chi era in realtà la duchessa di Devonshire? Una figlia del suo tempo, vanitosa, seducente, inquieta, ambiziosa, affamata di attenzione ed affetto al limite dell'ingenuità, ma anche promiscua, alcolizzata, giocatrice d'azzardo patologica, irresponsabile, labile e generosa. Il suo ruolo sociale le andava stretto come quello familiare, voleva brillare per sé stessa e non come "moglie di", non accettava di essere semplicemente una fattrice né di non poter esprimere in pubblico le sue idee politiche, poiché alle donne era permesso occuparsi di tali faccende in ambito strettamente privato e solo se erano nobili. Georgiana invece si spendeva continuamente e nella maniera più pubblica possibile per il partito Whig, raccogliendo fondi, consensi e voti, (qualcuno disse anche in cambio dei suoi favori). Era una specie di diva dell'epoca, conosciuta in tutti gli ambienti, per la sua bellezza ma anche per il suo comportamento eccentrico, desiderata ed amata da alcuni ma derisa da altri, tanto che il famoso commediografo Richard Sheridan scrisse una satira incentrata su di lei ed il marito intitolata
The school of scandal, alla rappresentazione della quale Georgiana fu peraltro presente, facendo buon viso a cattivo gioco. Se fosse stata una borghese od una donna del popolo sarebbe finita internata, ma come aristocratica fu tollerata.
La sua instabilità e dipendenza emotiva dal marito la portarono a sopportare per anni un menagè a trois con la ex migliore amica Elizabeth Foster ed accettare che tutti i loro figli (spesso concepiti in contemporanea perchè il duca era generoso delle sue grazie) crescessero insieme. Ebbe un' aperta e molto contrastata relazione adulterina col conte Charles Gray, da cui nacque una figlia, che non le regalò però serenità. Il pesante contraltare furono l'alcolismo, il consumo di droghe ed una passione compulsiva per il gioco d'azzardo che la ridussero praticamente sul lastrico.
Un personaggio affascinante ed indimenticabile che ha attraversato il tempo, molte eroine anche di romance si ispirano a lei direttamente od indirettamente, un esempio è
Nel segno dei gemelli di Virginia Henley, tanto per citarne uno.
Per chi volesse saperne di più la Rizzoli ha da poco tradotto la biografia a lei dedicata da Amanda Foreman, da cui è tratto il film. Un libro notevole dal punto di vista accademico e molto doumentato, forse con una parte centrale troppo estesa riguardante lo scontro tra Tory e Whig di non semplice comprensione per chi non abbia una precedente preparazione sull'argomento. Ma ha il merito di restituirci una figura a tutto tondo di una donna straordinaria e di mostraci che in diverse epoche ci sono state donne che non si sono completamente sottomesse ed hanno lottato in un modo o nell'altro per la loro individulità e per il diritto ad averla ed ad esprimersi.