giovedì 17 giugno 2010

RECENSIONE SARA’ MAGIA (Uncertain Magic) di Laura Kinsale

Prima edizione: 1987 by Avon Books



Edito in Italia da: Mondadori, I Romanzi Emozioni no.16, aprile 2010


Ambientazione: Inghilterra/Irlanda 1797


Livello di sensualità: hot (bollente)


Voto/rating: 8+/10






Ci sono confini che varchiamo nonostante migliaia di soldati, altri, i nostri, non li varchiamo mai. Le nostre paure e i nostri limiti ci spaventano più che un intero esercito. Ciò che non possiamo modificare, e che non siamo in grado di accettare, ci consuma dentro senza sosta. Si possono cambiare tante cose con la volontà e con la lotta, ma molte ingiustizie no, e proprio quelle, le più pesanti ed a volte terribili, dobbiamo in un modo o nell’altro apprendere come sopportarle. Per alcuni sarà la disgrazia di essere nato nel luogo e nella classe sociale sbagliata, per altri l’esser costretti a subire continue angherie senza potersi ribellare o perlomeno rendere pan per focaccia, per certuni ancora l’impossibilità di essere normali e mescolarsi con gli altri. Roderica Delamore non conosce la quiete assoluta, o il poter guardare qualcuno negli occhi senza che questi ritragga i propri a disagio; non sa che significhi essere accettata, sentire che qualcuno non solo cerca la sua compagnia, ma si trova bene vicino a lei. Al suo apparire la gente si divide come la acque del Mar Rosso, lasciandola sola e con la testa e il corpo invasa dagli altri. Roderica, Roddy, infatti ha un dono splendido e spaventoso al contempo: percepisce i pensieri e le emozioni di chi le sta accanto, siano essi umani od animali. Non ci sono segreti per lei, soprattutto e purtroppo per la sua famiglia che, benché la ami a modo suo e stoicamente tolleri questa “maledizione” che si manifesta nei propri membri di sesso femminile, in fondo la teme e sarebbe sollevata di non averla più intorno. Roddy, dal canto suo, sogna di liberarsi di questa capacità e avere un’esistenza almeno un poco comune: un marito e dei figli, un traguardo scontato e banale per molte donne, non per lei tuttavia. Il fato è in ascolto e risponderà alle sue preghiere in modo efficace: mettendo sulla sua strada un uomo bello, misterioso e dalla famigerata reputazione di depravato: Faelan Savigar, conte di Iveragh. Anche di fronte a Iveragh la gente si scosta e fugge disgustata, cercando di evitarne la presenza in tutti i modi. Un reietto, come lei. Un diverso, come lei. E l’unica persona di cui non riesce ad ascoltare i pensieri. Il silenzio, finalmente. L’opposizione di parenti ed amici non dissuaderà Roddy dallo sposare Faelan, solo con lui è convinta di avere una minima prospettiva di tranquillità. Un matrimonio di convenienza per entrambi: lei avrà un’esistenza lontana da suoi, lui i soldi per pagare gli ingenti debiti della sua proprietà in rovina in Irlanda. O forse no, forse tutti e due si sono riconosciuti l’uno nell’altra con una semplice occhiata, forse i loro corpi hanno ammesso, ancor prima della ragione, di aver trovato l’unica metà accettabile, quella in grado di completarli. Due quasi estranei che dovranno imparare a conoscersi e a permettere a loro stessi di amarsi, ancor prima di amare l’altro.



Sarà magia ha un inizio folgorante, ovvero la descrizione tesa e intensa del cuore di uno stallone che mentre sta correndo una gara, comincia ad avvertire forti spasmi e che tuttavia non smette di galoppare. Mentre i crampi gli invadono ogni fibra del corpo e il dolore rischia di schiantarlo, lui continua a correre e correre, sempre più forte, senza fermarsi, indomito e tenace, pronto a tagliare il traguardo e a vincere, per non deludere chi lo sta montando. Anche a costo della sua stessa vita. Per un attimo anch’io, come Roddy, sono stata dentro quel cavallo e ho tremato con lui e patito le sue sofferenze, paventando che il mio cuore si spezzasse. Basterebbe solo questa scena, queste poche pagine per consegnare Laura Kinsale nell’Olimpo delle grandi autrici, quella scrittrici di razza che ti trascinano nel mondo da loro creato e ti ammaliano con la potenza, l’eleganza, la raffinatezza di una prosa che è quella di chi ha veramente talento, della letteratura con la L maiuscola. Un’autrice che incidentalmente scrive romance, col rischio di essere forse troppo raffinata per palati che magari, a volte, preferiscono di gran lunga personaggi, trame e una scrittura più elementari. Autrici come Laura Kinsale sono la ragione per cui leggo, e con fierezza romance, mentre altre mi imbarazzano decisamente. Questo romanzo è davvero magico, ti rapisce dall’incipit riuscendo in due imprese difficilissime: fondere naturalmente e credibilmente elementi realistici e soprannaturali, mantenendo incertezza e mistero fino all’ultimo e regalarci uno splendido, virile, caldo, meraviglioso e seducente eroe, mostrandocelo solo dal punto di vista di Roddy. Il libro infatti è tutto narrato dalla prospettiva della protagonista, ma incredibilmente la figura di Faelan non ne soffre affatto, perché la Kinsale è bravissima a presentarcelo attraverso le sue azioni, anziché descriverlo attraverso i suoi pensieri. Ci viene detto come è realmente, non ciò che si dice di lui, errore di molti, troppo romanzi. Insieme a Roddy lo scopriamo e lo capiamo man mano che le pagine avanzano, partecipando dei suoi dilemmi, dei suoi dubbi, del suo desiderio per il marito, come della voglia di abbandonarsi a un sentimento che aveva sempre ritenuto le fosse precluso. Come sempre per il tramite di lei, siamo in grado di vedere i tanti e sottili cambiamenti che avvengono in Faelan. Se Roderica è una ragazza ben più saggia della propria età, profonda, rassegnata ma anche generosa, aperta, pragmatica e affamata di passione, altresì Faelan è così abituato ad essere respinto, accusato e disprezzato, che nemmeno la sua carriera di seduttore è oramai capace di smuovere nulla dentro di lui. Il loro amore istintivo li porterà a confrontarsi coi lati più bui di loro stessi, quella zona talmente oscura che tutti preferiremmo ignorare, a nutrire e realizzare sogni a lungo repressi, a comprendere che l’unica vera ricchezza che abbiamo è la stima e la fiducia incondizionata di chi ci ama veramente. La maturazione, intrecciata alla storia drammatica e tragica dell’Irlanda, terza protagonista della del libro, sarà dolorosa e lunga sia per Roddy che per Faelan e quando si diranno “ti amo” non saranno una vuota e facile frase, bensì ottenuta pagando un prezzo alto, perché la felicità e l’amore vero, costano sempre e molto, altrimenti sono solo una pallida imitazione del sentimento. La Kinsale ci ricorda anche che il mondo intorno a noi vibra e pulsa, che non tutto può essere spiegato con la logica e che la nostra anima, in positivo o in negativo, è l’arma o la risorsa più potente che abbiamo.



Un romanzo appassionante ed emozionante, che commuove e fa riflettere e non pare certo scritto la bellezza di ventitré anni fa, (se confrontato con la roba che usciva negli anni ottanta, questo è un capolavoro assoluto) anzi è tuttora avanti rispetto a molti libri che escono ai giorni nostri, per i temi che tratta, per come li tratta, e per la forza dei suoi protagonisti. Allora perché non dargli un bel 9? Il finale è troppo veloce e scioglie solo parzialmente certi importanti nodi della storia, che meritavano una maggiore attenzione, invece assorbita inutilmente dalla rivolta irlandese e in alcuni punti Roddy, che in genere sostiene incondizionatamente il marito, è pronta a credere, senza dubbio alcuno e senza concedergli un contraddittorio, il peggio di lui. Ora, pur se questo è nella realtà, oggi come all’epoca, un atteggiamento diffuso tra molta gente, che senza elementi e con estrema arroganza, aggredisce ed impone agli altri i propri pregiudizi, nella finzione risulta fastidioso e stonato riguardo alla figura di Roddy, altrimenti molto equilibrata, trasformandola in una ragazzina petulante ed ottusa, quale lei non è. Però se avessi letto questo volume nel 1987, gli avrei dato un 11.

mercoledì 2 giugno 2010

RECENSIONE L’AMANTE DELLE TENEBRE (The Companion) di Susan Squires

Prima edizione: 2004 by St. Martin’s Press



Edito in Italia da: Mondadori, I Romanzi Dark Passion no.1, aprile 2010


Ambientazione: regency, Egitto/Inghilterra 1818


Livello di sensualità: warm (caldo)

Voto/rating: 7,5/10

Collegamenti ad altri libri: primo volume, in ordine consigliato di lettura, della composita serie denominata appunto The Companion di cui questi sono i principali romanzi:

1 - L'AMANTE DELLE TENEBRE (The Companion) (1818) – protagonisti Ian Rufford e Elizabeth Rochewell

2 - The Hunger (1811) - protagonisti Beatrix Lisse e John Staunton, conte di Langley

3 - The Burning (1820) - protagonisti Stephan Sincai e Ann Van Helsing

4 - One with the Night (1821) - protagonisti Callan Kilkenny e Jane Blundell

5 - One with the Shadows (1821) - protagonisti Gian Urbano e Kate Sheridan

6 - One with the Darkness (timetravel: Inghilterra, 1821 - antica Roma) - protagonisti la contessa Donatella Margherita di Poliziano e Jergan

7 - Time for Eternity (timetravel: Francia, 1794 - America, giorni nostri) - protagonisti Frankie Suchet e Henri Foucault – questo romanzo appartiene anche alla serie “Da Vinci“.


Sole, sabbia, sudore. E rovine sepolte, deserti infiniti, oasi introvabili. Carovane interminabili, cammelli pulciosi. Marce stremanti, frustate sferzanti. Piedi che sanguinano, corpi, che cedono Un calore ustionante, una sete insaziabile. Questo è quello che per due interi anni conosce Ian Rufford, una volta sfaccendato e gaudente gentiluomo inglese, ora schiavo senza nome e senza identità il cui unico scopo è sopravvivere alla giornata senza troppe ferite. Salvo e libero per miracolo, Ian viene trovato e soccorso dai connazionali di una base militare e sogna di poter tornare in Patria per dimenticare il terribile incubo che ha vissuto e rifarsi una vita. Purtroppo anche se non porta più le catene, Ian è più prigioniero di prima. Un nemico insidioso e mortale si annida dentro di lui, un compagno indesiderato che però è anche la vita stessa che lo anima, un compagno che lo rende inumano ma da cui è impossibile separarsi.

Anche la vita di Elizabeth Rochewell si è svolta tra sole, sabbia, sudore, carovane e rovine. Il padre archeologo l’ha trascinata con lui fin da quando era poco più che una bambina. Per lei non esiste altro modo di vivere e quando il padre muore, a causa di un incidente durante una spedizione, Beth si sente orfana due volte: del genitore e della possibilità di continuare con l’unica esistenza che conosce e ama. Senza più un uomo a proteggerla, Beth dovrà andare dai parenti del padre in Inghilterra, e trasformarsi in qualcosa che non è in un mondo che conosce appena. Una sciocca ragazza interessata solo a vestiti, famiglia e frivolezze in una nazione fredda e piovosa. Lei che è una donna intelligente, colta, indipendente. Incapace di ipocrisia e amante dell’avventura. Lei che è bassa, scura e poco attraente come la madre egiziana. Una mezzosangue che si sente a proprio agio solo quando è alla ricerca di antichità, col sole a picco che le incombe sulla testa e il fuoco che le scorre nelle vene per l’eccitazione della scoperta. Sul ponte della nave che li sta riportando in Inghilterra, Ian e Beth, due solitudini, due angosce, si incontreranno, si scontreranno e impareranno infine a conoscersi, svelandosi l’uno all’altra, oltre i pregiudizi e le paure. Oltre l’impensabile. Trovando forse, nella loro unione, l’unica possibilità di salvezza dai propri demoni.



La nuova collana della Mondadori non poteva avere inizio migliore e più azzeccato. Un libro dalle atmosfere gotiche da cui è difficile staccarsi una volta iniziata la lettura. Avevo deciso di leggere per primo il libro della Dodd, ma una volta cominciato questo romanzo, sono stata rapita dalla storia. La lenta rivelazione delle vicissitudini di Ian e della sua trasformazione mi hanno appassionata e commossa, perché il male che lui si trova a combattere, per quanto prima di controvoglia e poi consapevolmente, non è solo esterno, ma prima di tutto interno. Le sue debolezze, i suoi vizi e la sua incapacità a conviverci, erano già presenti prima del cambiamento, solo che Ian li reprimeva e si girava dall’altra parte senza affrontarli. Similmente Beth, che pure è intrepida, quando si tratta di sé stessa e delle proprie passioni, diviene codarda, in parte per timore dell’ostracismo di una società che vuole le donne solo mogli e madri sottomesse, in parte per la paura di assumersi la responsabilità dei propri desideri. Incrociare Ian la obbligherà a fare i conti coi segreti della sua anima e coi reali rischi che si corrono quando si cerca di realizzare le proprie ambizioni più profonde, ovvero una terribile disfatta, ma anche la possibilità della riuscita e del peso che questa comporta. Ian, eroe suo malgrado, dimostrerà una forza morale che lui stesso non sospettava di possedere e la sua battaglia contro il Compagno gli farà realizzare che forse, anche dal male e dalla disgrazia, possono nascere l’amore e la vita. Una coppia quella dei protagonisti, tra le più belle ed interessati di questi ultimi mesi, dove sia l’eroe che l’eroina sono intensi alla stessa maniera, sollecitando la nostra identificazione ora con l’uno ora con l’altra. Forse l'unico neo di questo romanzo è quello di non aver dedicato maggior spazio alla storia d'amore, che a volte passa in secondo piano rispetto al resto. La Squires scrive benissimo, con uno stile sobrio ma piuttosto evocativo e con un essenziale senso del ritmo che è fondamentale per trame di questo tipo. Attendo con ansia un nuovo volume di questa serie e lo consiglio a tutte tranne alle allergiche al paranormale.

lunedì 17 maggio 2010

RECENSIONE TRUE BLOOD LA SERIE

                       


In un futuro non ben precisato, i vampiri e gli umani possono convivere pacificamente, grazie ad un'invenzione rivoluzionaria di una ditta farmaceutica giapponese, che produce uno speciale tipo di sangue sintetico, il True Blood, in grado di soddisfare i bisogni fisiologici dei vampiri. Ormai sono due anni che vampiri e umani vivono gli uni accanto agli altri, pur se con difficoltà e contrasti. A Bon Temps, una piccola e tranquilla cittadina della Louisiana abitano Sookie Stackhouse (Anna Paquin), una cameriera che ha il dono di leggere i pensieri della gente, la nonna Adele (Lois Smith), il fratello Jason (Ryan Kwanten) e la migliore amica di Sookie, Tara (Rutina Wesley) con la madre alcolizzata ed il cugino gay Lafayette Reynolds (Nelsan Ellis), spacciatore e prostituto part time. Una notte, al Merlott’s, il locale di proprietà di Sam Merlotte (Sam Trammell) in cui Sookie lavora, questa incontra Bill Compton (Stephen Moyer), un vampiro di centosettantatre anni originario di Bon Temps, tornato a casa dopo parecchi anni. Tra i due nasce immediatamente un legame amoroso che li porta a dover lottare contro i pregiudizi degli amici e dei cittadini di Bon Temps.

                               

Con queste premesse, ovvero una storia intrigante tratta dalla saga di Charlaine Harris, i numerosi premi vinti e le ottime critiche ricevute in patria, mi sono accinta alla visione di questa serie con la migliore disposizione d'animo. E male me ne ha incolto! Se cercate un amore romantico, qui ne troverete solo un’ombra. Se vi aspettate una bella storia di vampiri, lasciate perdere. Se ritenete che la trama debba avere un minimo di coerenza, girate al largo. Se invece desiderate una sequela strabordante di scene violente e splatter, di continue ed assolutamente gratuite scene di nudo (etero e gay), e di copule in varie, spesso assurde posizioni, avete trovato il serial che fa per voi. Il creatore e produttore della serie Alan Ball, già padre della serie Six Feet Under, nonché premio Oscar per American Beauty, mira in alto, ad un livello metaforico addirittura. Attraverso i libri della Harris, vorrebbe presentarci uno spaccato della provincia americana contemporanea: un luogo desolato, privo di cultura, gretto, pettegolo, arrivista e volgare, dove a parte il denaro, non ci sono altri valori, tantomeno solidarietà sociale. Dove i diversi continuano ad essere discriminati, sia che abbiano la pelle nera, siano telepatici, o che siano cattolici, o che abbiano dei lunghi canini ed il pregiudizio regna sovrano ovunque. Peccato che questa scoperta analogia tra i diversi di ieri (neri, cattolici, ebrei, gay) e quelli di oggi (vampiri, telepati, mutaforma etc.) non vada oltre qualche battuta, e si perda nella palude di una trama mal congegnata, piena di inutili diversioni e di un affastellamento di stimoli violenti e sessuali, che non hanno altro scopo che scandalizzare e far parlare di sé. Direi anche che servono a coprire una mancanza di sostanza piuttosto evidente, poiché i personaggi sono i primi a soffrire di questo pressapochismo e sembrano quasi tutti, con poche eccezioni, degli schizofrenici. La protagonista Sookie, una Anna Paquin ipersmorfiosa, ne è un perfetto esempio: un attimo adora il suo Bill, quello dopo l’abbandona o se la fa con Sam, da sempre innamorato di lei; per non parlare del fratello Jason, costamtemente allupato, la cui unica occupazione è far sesso con chiunque, ubriacarsi e drogarsi, possibilmente in contemporanea, o della nera Tara, arrabbiata perenne, che va cianciando dei danni dello schiavismo e aggredisce il mondo, per poi lamentarsi di essere sola. Il problema, nonostante le velleità intellettuali di questo serial e di Ball, è che se intendevano ammaliarci con una storia appassionante sui vampiri, (triviali, depravati e disgustosi come il resto della popolazione umana) la quantità industriale di stupefacenti, pettorali, peni e sederi, non serve allo scopo, idem se si cercava di proporre un telefilm dai forti contenuti sociali. I problemi della gente sono ben altri, in America come in Europa, e qui non vengono nemmeno lontanamente scalfiti.
                                         

Non abbiamo la favola, non abbiamo il sogno, non abbiamo nemmeno la riflessione, a mio avviso una debacle totale. In questo squallore e vuoto generale, si salva solo il bello e bravo Sthephen Moyer, seducente e convincente vampiro, che da buon inglese, porta un po’ di fascino e classe nel dipingere Bill, donando un minimo di soddisfazione a noi amanti dei succhiasangue. Tuttavia, amiche mie, c’è una sola vera ragione per sorbirsi la prima ed anche la seconda serie di True Blood: si chiama Alexander Skarsgård, l’interprete dello sceriffo vampiro Eric Northman, un metro e novantatré di vichinga bellezza. Ammirate, ragazze, ammirate, ma shhhhhhhhh, non ditelo ai vostri uomini …
                                           




giovedì 6 maggio 2010

RECENSIONE LA BELLA ADDORMENTATA (Sleeping Beauty) di Judith Ivory

Prima edizione: 1998 by Avon Books


Edito in Italia da: Mondadori, I Romanzi Emozioni no.15, marzo 2010

Ambientazione: Inghilterra 1870 circa

Livello di sensualità: hot (bollente)

Voto/rating: 7,5/10





James Stoker è giovane, bello, intrepido e ambizioso. Ha trascorso gli ultimi tre anni come capo geologo di una spedizione in Africa, da cui, unico sopravvissuto, ha riportato in Patria montagne di manufatti d’oro che gli hanno garantito laute prebende, cariche prestigiose ed addirittura una baronia. La vita gli sorride e lui se ne gode ogni momento, soprattutto da quando è stato vicinissimo a perderla. Ha praticamente tutto, il mondo è nella sua mano e vorrebbe assaporare qualche nuovo piacere, come intrecciare una liason con una donna in grado di sconvolgerlo, oltre che di eccitarlo. Un incontro fortuito, dal dentista, darà corpo a questa sua fantasia nella persona di Coco Wild, che ben presto egli scoprirà essere stata una famosissima cortigiana, compagna di nomi altisonanti del gotha europeo. Nonostante lei lo scoraggi in ogni modo, sottolineando i quasi otto anni che li dividono, come anche il fatto che accostare il proprio nome al suo lo danneggerebbe in quella che è una brillante carriera agli inizi, James non demorde e si mette in testa di averla, in un modo o nell’altro. Coco dal canto suo, non è animata solo da nobili intenzioni nell’evitare di rovinare il giovane, ma pure da un sano egoismo, ormai ricca ed indipendente infatti, non vuole rischiare di infatuarsi di James, da cui è fortemente attratta, e perdere un equilibrio faticosamente conquistato. Decide quindi di mettere la più grande distanza possibile tra di loro. Il destino, tuttavia, ci metterà lo zampino e li farà incontrare nuovamente, costringendoli ad affrontare un territorio ben più inesplorato e pericoloso del centro Africa, ovvero quello dell’amore.


Ogni volta che debbo recensire un libro di Judith Ivory mi trovo in grande difficoltà. Non sono poi molte le scrittrici che possono vantare una prosa così raffinata ed elegante, così musicale e densa di significati da rivaleggiare tranquillamente con la grande letteratura, con una capacità di sintesi che non tralascia mai una varietà descrittiva entusiasmante. I suoi eroi, inoltre, sono sempre interessanti, complessi, arguti, seducenti, mascolini, forti e pieni di dinamismo, come lo è James in questo romanzo. Non è difficile amarlo, trascinati dalla sua voglia di vivere, pienamente e completamente, in una società repressiva di cui prima faceva parte ed a cui si uniformava, ma in cui ora, dopo tante esperienze drammatiche con paesi e culture lontane, non si riconosce più. Per lui Coco non è meno esotica di una tribù sub-sahariana, così diversa dalle sue connazionali, così libera, così sensuale, un frutto succoso da gustare. Ma Coco è anche colta, intelligente e divertente, né una scialba debuttante, né un’ipocrita e fredda dama del ton che cerca un’avventura sordida. E James, che si ritiene un uomo fatto, ma in campo erotico e sentimentale è ancora uno scolaretto, viene rapito dalla prospettiva di intrattenere una relazione con una donna di tal fatta, capace di garantirgli sensazioni forti, senza intrappolarlo in un unione. Qui, però, inizia l’inghippo, poiché è evidente che James è colpito da Coco fin nel profondo e che non si accontenterà mai di un semplice legame carnale. Peggio ancora quando passiamo ad esaminare l’affascinante Coco, colei che dovrebbe esser degna di tanta devozione e del prezzo piuttosto pesante che James dovrà pagare per vivere con lei allo scoperto. La perfezione fisica e la capacità dialettica non sono sufficienti, a mio avviso, a giustificare né la passione sfrenata, né l’amore duraturo che James proverebbe per lei. Mai in tutto il romanzo, se si eccettua un accenno di lato materno, Coco mostra qualche dote dell’anima che la renda amabile, simpatica, commovente. La sua presunta paura d’amare è poco toccante e troppo ragionata per risultare nulla più che un espediente narrativo. Non ci viene nemmeno fornita una qualche spiegazione per la sua scelta di vita che, onestamente, al lettore era dovuta. Alla fine non conosciamo granché Coco e quello che conosciamo di lei non è esattamente esaltante. Da qui nasce il mio imbarazzo a cui accennavo sopra, nel leggere un libro esteticamente delizioso, ma carente di immedesimazione, perché come è abituale, le eroine della Ivory sono tutte, immancabilmente, odiose e Coco non fa eccezione, al di là della sua professione. L’autrice inoltre, osserva dall’alto i suoi personaggi senza entrare veramente nella loro pelle. Molto lucidamente per carità e con un acume raro, ma un poco più di emozione non avrebbe guastato. Per il resto il romanzo segue l’impostazione classica di tutti i libri della scrittrice: incontro dei due senza che l’uno sappia esattamente chi è l’altro, notte di passione infuocata, presa di distanza ed abbandono il giorno dopo per riassumere i rispettivi ruoli, lento riavvicinamento con lui che insegue strenuamente lei. Non importa che lei sia una cocotte e lui un uomo più giovane, questi son particolari secondari di uno schema già risaputo. Peccato, perché secondo me ne avrebbe guadagnato la trama se questi fossero stati approfonditi, ma così non è. E’ una lettura di qualità e di sostanza anche se non molto coinvolgente, comunque consigliata perché la Ivory ha un grandissimo talento.

martedì 20 aprile 2010

RECENSIONE IL BACIO DI MEZZANOTTE (Kiss of Midnight) di Lara Adrian

Edito in Italia da: Zorro Editore, gennaio 2010


Ambientazione: contemporanea, Stati Uniti

Livello di sensualità: hot (bollente)

Voto/rating: 7+/10

Collegamenti ad altri libri: è’ il primo romanzo della serie “Midnight Breed”, così composta:

1.IL BACIO DI MEZZANOTTE (A Kiss of Midnight)

2. Kiss of Crimson (inedito in Italia)

3. Midnight Awakening (inedito in Italia)

4. Midnight Rising (inedito in Italia)

5. Veil of Midnight (inedito in Italia)


6. Ashes of Midnight (inedito in Italia)


7. Shades of Midnight (inedito in Italia)


8. Taken by Midnight (in uscita nel 2010)





Gabrielle è una giovane fotografa di successo. Le sue immagini ritraggono sempre luoghi apparentemente desolati, di cui però, lei, intravede la segreta bellezza. Luoghi sempre deserti, in cui nessuna figura umana è mai presente. Fotografie che sono lo specchio della sua stessa vita, passata da una casa famiglia all’altra fino a una tardiva, quanto distaccata, adozione. Ora ha una piccolissima cerchia di amici fidati, ma in fondo rimane un’osservatrice, più che una protagonista, dell’esistenza; chiusa a riccio nei confronti di un mondo con cui non vuole e non sa comunicare. Tutto cambia quando una sera, in un vicolo dietro una discoteca, assiste ad un efferato omicidio. Peggio ancora, ad un barbarico pasto cannibale, perché, immediatamente, Gabrielle si accorge che quegli individui dai lunghi canini, si stanno nutrendo di un corpo massacrato e squarciato. Sconvolta fugge, ma non prima di essere stata vista dagli aggressori a cui, pur terrorizzata, ha scattato delle foto col cellulare. Non sa che quei mostri, vampiri che chiamano sé stessi Ribelli perché schiavi della Brama di Sangue, non sopravivranno per molto: Lucan, uno dei guerrieri più antichi, li ucciderà tutti tranne uno, che riuscirà a fuggire. Lucan è devoto da secoli alla sua missione, ovvero ripulire il mondo dai Ribelli, che con le loro stragi compromettono la pacifica, anche se segreta, convivenza dei vampiri cogli umani. Assieme ai compagni della Stirpe si batte implacabilmente contro quello che per lui è il Male. Però, in quel vicolo, mentre distrugge i suoi nemici, Lucan è turbato dalla scia del profumo della pelle di Gabrielle, da cui si sente potentemente attratto. La avvicina spacciandosi per poliziotto, raccontandosi di farlo solo nell’interesse della Stirpe e per cancellare dalla sua mente i ricordi di ciò che ha visto. La passione che li travolgerà inaspettata e non desiderata, metterà in pericolo le loro vite e obbligherà entrambi a lasciare la loro splendida solitudine per mettersi in gioco, aprendosi al loro terrore più grande: i sentimenti.

Come molte, ho iniziato la lettura di questo libro notando le moltissime somiglianze con la Ward e la Showalter, che in effetti sono presenti, soprattutto nella prima parte. Ma poi, va detto, la trama prende ben presto una direzione diversa ed anche originale. Bisogna anche sottolineare che né la Ward né lo Showalter hanno inventato niente di nuovo, per cui è giusto leggere questo romanzo senza pregiudizi e riconoscere alla Adrian una sua indipendenza narrativa. Tanto per cominciare, finalmente sono tornati dei veri vampiri e non delle versioni edulcorate: assassini assetati di carne e sangue, la cui fame di nutrimento e di sesso vanno di pari passo. Inoltre sono dei vampiri elegantissimi, invece di quella masnada di immortali vestiti volgarmente di pelle e simili, con cattivo gusto tipicamente americano, già per questo l’autrice meriterebbe un premio.

Lucan e i buoni non sono degli angioletti e gli basterebbe poco per varcare il sottilissimo confine che li separa dai cattivi e per questo sono più interessanti. Lucan poi è un bell’esempio di eroe Alpha, duro, coraggioso, con pochi dubbi e molte certezze, come la delicata e sensibile Gabrielle è la perfetta eroina da salvare, forte e debole allo stesso tempo. Peccato che la Adrian non approfondisca più di tanto la sua infanzia di bambina difficile e disturbata, né i secoli di lotta sostenuti da Lucan, i loro ritratti ne avrebbero giovato e li avrebbero resi ancor più interessati. Anche così formano una bella coppia, il cui amore, al di là della reciproca fortissima attrazione, si sviluppa velocemente, ma non da un momento all’altro grazie al cielo. La Adrian descrive bene il loro essere divenuti delle monadi, quasi impermeabili ad un affetto profondo, che poi invece scoprono di non poter vivere l’uno senza l’altra. Però, a dispetto dell’indubbia bravura a livello stilistico, che è buono senza essere eccezionale, forse un poco scontato, e di tenuta degli intrecci della trama, (difatti oso dire che in alcuni passaggi la Adrian scrive meglio della Ward), manca qualcosa. Il libro si legge molto bene e tiene ben desti attenzione e interesse, però non appassiona. La Ward, al di là delle critiche che a volte le si possono rivolgere per una certa superficialità nei dettagli, ti afferra allo stomaco e non ti molla più. In particolare riesce meravigliosamente a coinvolgerti nelle vicende dei suoi personaggi, e a farti vivere le loro travagliate storie d’amore. Qui questo non accade, si rimane sempre un poco distaccati come Lucan e Gabrielle, che in fondo non vogliono mescolarsi col mondo. Mi riservo di leggere gli altri volumi, perché comunque mi è molto piaciuto l’universo creato dalla Adrian, ma questo primo romanzo non mi ha entusiasmata. Gradevole ma senza picchi, comunque ha del potenziale.



venerdì 16 aprile 2010

RECENSIONE PECCATI D’INVERNO (Devil in Winter) di Lisa Kleypas

Prima edizione: 2006 by Avon Books

Formato : paperback

Edito in Italia da: Mondadori, I Romanzi no.901, marzo 2010

Genere : storico

Ambientazione: Inghilterra 1843

Livello di sensualità: hot (bollente)

Voto/rating: 8-/10

Collegamenti ad altri libri: é il terzo volume della serie Wallflowers, ovvero delle “Audaci Zitelle”, così composta: 1 - SEGRETI DI UNA NOTTE D'ESTATE (Secrets of a Summer Night) - protagonisti Annabelle Peyton e Simon Hunt –
2 - ACCADDE IN AUTUNNO (It Happened One Autumn) - protagonisti Lillian
3 - PECCATI D'INVERNO (Devil in Winter) - protagonisti Evangeline (Evie) Jenner e Sebastian, Visconte St. Vincent
4 - Scandal in Spring - protagonisti Daisy Bowman e Matthew Swift.

C’è anche spin-off: A Wallflower Christmas - protagonisti Hannah Applegate e Rafe Bowman (il fratello maggiore di Lillian and Daisy ).



Chi siamo noi se non il riflesso negli occhi di un altro? Tutta la nostra vita si basa sullo sguardo di chi ci sta intorno: se ci vedono esistiamo e fioriamo, se non ci vedono è come se non esistessimo ed appassiamo. Peggio ancora se veniamo visti solo per attirare scherno, pietà o addirittura violenza. E’ questo il caso di Evangeline Jenner, Evie, eterna invisibile per il mondo degna solo di occasionale compatimento, quieto topolino balbuziente, privata di amore ed affetto ma sempre vittima delle sadiche punizioni di parenti interessati solo all’eredità che ella incasserà alla morte del padre, il famoso biscazziere Ivo Jenner. Provata dalle vessazioni e dalle umiliazioni, Evie concepisce, nella sua disperazione, un piano folle: sposare il libertino più debosciato d’Inghilterra, che indebitato fino al collo, ha appena tentato di rapire la sua cara amica, l’ereditiera americana Lilian Bowman. Sebastian St.Vincent è talmente bello che ogni sguardo maschile e femminile non può che posarsi, ammirato o invidioso, su di lui e seguirlo ovunque vada. La sue condizioni economiche sono talmente disastrate che si è ridotto a rapire l’innamorata dell’amico Westcliff, quindi la proposta apparentemente assurda della piccola Jenner è per lui una manna del cielo. I sentimenti, che peraltro si vanta di non possedere affatto, non hanno alcuna parte in questa transazione che garantirà a lui di liberarsi dei creditori e a lei delle angherie della sua famiglia. Ma questo matrimonio affrettato a Gretna Green, scatenerà una reazione a catena talmente forte che né Evie né Sebastian saranno più gli stessi e come i serpenti, dovranno abbandonare la vecchia pelle per uscire nel mondo con una nuova.

Attendevo con ansia questo terzo volume delle Wallflowers, poiché è uno dei libri più amati della Kleypas dal pubblico di tutto il mondo e temevo, onestamente, una cocente delusione. Fortunatamente non è stato così ed una volta ancora sono rimasta conquistata dall’abilità estrema di questa scrittrice di coinvolgere, emozionare ed eccitare. Non importa che la storia sia non solo trita e ritrita, ma anche che riproponga, in alcune parti, una combinazione di due classici dell’autrice come Sognando te e L’amante di Lady Sophia, né che alcuni passaggi iniziali siano alquanto repentini, la Kleypas, sempre e comunque ti arpiona, ti trascina nel suo mondo e non ti molla completamente nemmeno dopo la parola fine. Un’altra scrittrice con questa trama e questi personaggi sarebbe certamente scivolata, ma non la Klyepas, che riesce a padroneggiare una storia commovente senza scadere nel patetico, attenendosi ad un riuscito e convincente melodramma.
La coppia protagonista è una dei migliori, a mio avviso creata dall’autrice, in particolare Evie è una deliziosa scoperta. Come molte persone che hanno patito molto ed a lungo, e sono sopravvissute senza diventare ciniche o malvagie, Evie sotto un’apparente fragilità, cela una grande forza d’animo e una grande generosità. La sua trasformazione, timida dapprima e poi sempre più veloce, da giovinetta evitata da tutti e buona solo a far tappezzeria, a donna che sboccia e diviene sempre più conscia del proprio valore, senza vanagloria, mi è piaciuta. Molte ragazze e molte donne si saranno riconosciute in lei, nei suoi desideri repressi eppure coltivati, nei suoi sogni di emancipazione, nella sua abnegazione, nel suo terrore di poter perdere tutto in qualsiasi momento. Nella sua paura, quindi, di attaccarsi a qualcuno, abituata com’è ad essere delusa ed usata. Nella sua brama per Sebastian, che maschera dietro sensati ragionamenti e presunte convenienze. Nulla di più falso, poiché ciò che lei vuole da St. Vincent non è solo un anello al dito, bensì soprattutto l’essere, per una volta nella sua vita, illuminata dal quel sole meravigliosamente brillante che è Sebastian, splendido uomo. Qui si manifesta tutto l’incredibile talento della Kleypas nell’individuare e portar allo scoperto le fantasie più segrete e tenaci delle donne: prima ci induce ad identificarci fortemente con l’eroina e poi ci tenta con l’appagamento di un’ambizione inconfessata ma potente, quella di essere l’oggetto dell’amore e del desiderio di un uomo favoloso. Tutte noi, belle o brutte, giovani o vecchie, ricche o povere, ignoranti o colte, riservate o sfacciate, single o impegnate, abbiamo vagheggiato di avere tra le mani un uomo simile, sapendo, nella maggior parte dei casi, che sarebbe rimasto un miraggio. E St. Vincent … ah St. Vincent. Oh sì, St. Vincent. Uno degli eroi più seducenti della Kleypas, non tanto per il suo aspetto che pure è notevole, quanto per la metamorfosi e la maturazione che subisce. Era inevitabile che lui ed Evie finissero assieme, in quanto complementari e speculari: se lei è trasparente agli occhi altrui, Sebastian esiste soltanto per la sua apparenza, è un vuoto luccicante, un simulacro di cattiva fama e niente più. Se fosse brutto St. Vincent scomparirebbe, trascinato via come una foglia al vento. Lui lo sa, ma non vuole ammetterlo, nemmeno con sé stesso, perché niente è più pericoloso per lui che le emozioni intense. Il cinismo ed il disprezzo sono la sua maschera e la sua corazza. Una maschera così a lungo indossata da confondersi con la pelle del viso. Evie sarà il catalizzatore della presa di coscienza della sua pochezza, del suo egoismo, della sua inutilità. Della debolezza estrema di un ragazzo immaturo, che si crede uomo mentre è solo un manichino elegante dalla lingua tagliente, che spreca la sua intelligenza. Così St. Vincent scoprirà che in lui c’è di più, che con l’impegno e la fatica può dare di più, che dentro di sé ha risorse enormi che ha lasciato a marcire. Che ciò che si ottiene con poco o nessuno sforzo non ha valore. Che il sacrificio ci nobilita e solo attraverso la sofferenza ed il dolore si raggiunge la redenzione. Che la meta finale di tutto ciò non è la perfezione ma divenire esseri umani veri e completi. St. Vincent alla fine del libro diventa un seduttore assoluto e sfido anche le più coriacee delle lettrici a rimanere indifferenti al suo fascino. Io non ci sono riuscita, gli eroi complicati, pieni di difetti, irrisolti ed inquieti hanno un posto speciale nel mio cuore, come da oggi in poi l’avrà Sebastian St Vincent. Mi rammarico soltanto che la nostra cara Lisa non abbia avuto il coraggio di andare maggiormente a fondo e di esplorare i lati più bui del carattere di St. Vincent, ne sarebbe risultato un romanzo di grande spessore e probabilmente avrebbe potuto essere il suo migliore, la vera odissea dell’angelo Evie e del demonio Sebastian. Peccato.

Non dobbiamo avere tutti i medesimi gusti in fatto di letture, però mi spiace, mi spiace davvero tanto per coloro che non conoscono o non ammirano la Kleypas: non sanno cosa si perdono! Concludo con un augurio per il benessere femminile: più Lisa Kleypas per tutte!

lunedì 15 marzo 2010

RECENSIONE AVATAR


Regia di James Cameron con Sam Worthington (Jack Sully), Zoe Saldana (Neytiri), Sigourney Weaver (Dr. Grace Augustine), Michelle Rodriguez (Trudy Chacon), Shephen Lang (Col.Miles Quaritch).

Nel 2154 una compagnia mineraria terrestre sbarca sul pianeta Pandora per sfruttarne i giacimenti del preziosissimo cristallo unobtanio. Gli abitanti del pianeta, i Na’vi, una popolazione primitiva di umanoidi altri tre metri e dalla pelle azzurra, con tanto di coda, si rifiutano di concedere ai terrestri il diritto di trivellare e si oppongono anche violentemente a tutti i tentativi di penetrare nei loro territori. Così la compagnia appronta un programma scientifico in cui da dna Na’vi combinato assieme a dna umano, si ottengono degli Avatar, ovvero umanoidi creati in laboratorio, manovrabili da un conduttore umano, attraverso un’interfaccia mentale. In questo modo sperano di infiltrarsi all’interno delle tribù Na’vi per spiarli e convincerli, con le buone o con le cattive, a lasciar loro la terra. Jack Sully, marine paralizzato, si rivelerà il migliore di questi conduttori, tanto che non solo entrerà in contatto coi Na’vi, ma diverrà un membro della tribù a tutti gli effetti. Ma innamorandosi della bella figlia del capo tribù Nytiri e conoscendo a fondo la popolazione, comprenderà che gli umani sono malvagi e si unirà alla lotta dei nativi per scacciare i terrestri.




Non c’è molto da aggiungere al riassunto della trama, benché il film duri ben centosessantadue minuti, infatti, la storia è tutta qui, con una sceneggiatura talmente povera e imbarazzante, nonché riciclata da Pocahontas e Balla coi lupi, con un pizzico di Alien e Matrix, che sarebbe stata bocciata anche al primo anno di una qualsiasi scuola di cinema. I personaggi sono unidimensionali, la scrittura abbozzata, i buchi logici enormi, tanto che ho sprecato parecchio tempo a far finta che non esistessero, nonostante il regista tentasse di stordirmi con un profluvio di immagini coloratissime, per proseguire con la visione della pellicola. Irritante, inoltre, la contrapposizione manichea tra i buoni Na’vi, perfetti portatori di ogni virtù (anche se a me sono parsi più una comunità hippie degli anni settanta, difatti ce ne fosse uno che lavora) e i cattivi (ovviamente grezzi, stupidi e ignoranti) brutti sporchi e fetenti, che non permette di identificarsi con i presunti eroi, ma anzi produce ancor maggior distanza, se possibile.


Però tutto questo non conta, perché a Cameron, in questo film, non importa un bel niente né dei personaggi né della trama, che sono totalmente secondarie al suo scopo e in alcuni pezzi sembrano addirittura una zavorra per lui. Se superficialmente pare che il regista faccia una dura critica al colonialismo americano e al dissennato sperpero delle risorse del nostro pianeta, cantando nel contempo un’ode alla natura, ingannevolmente dipinta come buona e saggia, in realtà non è così. Questo è solo fumo negli occhi. La vera guerra, per Cameron, è quella tra le vecchie e nuove tecnologie, tra cinema tradizionale e cinema tecnologico, dove è lampante la sua ideologia: il futuro è nelle nuove tecnologie, dove internet, i cellulari, la televisione e il nuovo cinema sempre più digitale, diverranno un unico medium. Come Pandora, in cui tutto e tutti sono interconnessi. Perché questo rappresentano Pandora e Avatar, il trionfo dell’artificioso sul naturale, della tecnica sull’uomo. Esattamente il contrario quindi, di quanto professato nel finale del film. Cameron ci inonda di immagini belle e suggestive, che denotano un enorme sforzo della squadra di computer grafica, come se queste da sole, potessero sostituirsi alla trama ed alle emozioni che i personaggi non sanno darci, ed in alcuni casi funziona, molti spettatori hanno trascorso la visione in un continuo: ohhhh. Purtroppo, tolta la meraviglia iniziale, resta ben poco e pur rimanendo un film godibile, è lontanissimo dal capolavoro. La parte più efficace rimane la battaglia che conclude la pellicola, dove il regista ritrova l’energia e il dinamismo che lo hanno sempre contraddistinto. I posteri ci diranno se i nostri dubbi sono giustificati, ora come ora mi sento di affermare che Avatar non segna un momento di svolta nella storia del cinema, come lo sono stati per esempio Guerre Stellari e Matrix in passato, capaci davvero di rivoluzionare la sintassi cinematografica. Pur essendo una fan dichiarata di James Cameron e concordando che il cinema è soprattutto immagine, non è tuttavia solo immagine e il cuore di ogni storia sono gli uomini, le donne e i loro sentimenti. Altrimenti non è cinema, ma un bel documentario.