lunedì 19 luglio 2010

RECENSIONE IL MIO NOME E’ PASSION (Passion) di Lisa Valdez

Prima edizione: 2005 by Berkley


Edito in Italia da: Mondadori, I Romanzi Passione no.36, maggio 2010


Ambientazione: Inghilterra 1851 (epoca vittoriana)

Livello di sensualità: burning (estremo)

Voto/rating: 6+/10


Collegamenti ad altri libri: è il primo volume di quello che in origine doveva essere un quartetto, ma è a tutt’oggi solo un duetto così composto: 1. IL MIO NOME È PASSION (Passion ) – protagonisti Passion Elizabeth Dare e Mark Randolph Hawkmore, conte di Langley,


2. Patience – protagonisti Patience Emmalina Dare (sorella di Passion) e Matthew Morgan Hawkmore (fratello di Mark)



La giovane, bellissima e pura vedova Passion, figlia di un parroco di campagna, si trova per un paio di mesi dalla zia zitella a Londra e con lei sta visitando il Crystal Palace quando, a causa di un incidente, si trova tra le braccia di uno sconosciuto. Che le palpa il seno. Passion non protesta e si allontana, ma lui la segue. Dopo qualche sguardo e uno scambio di frasi poco urbane ed alquanto sconvenienti, in mezzo alla folla della mostra, lui le prende la mano per poggiasela sulla patta, che rischia di scoppiare a causa della sua enorme erezione. L’ingenua-in fondo mica poi tanto-Passion capisce al volo (la figlia del curato cresciuta nel timore di Dio …) e invece di ribellarsi, rimanere scandalizzata o perlomeno un poco scioccata da una situazione tanto inusuale e degradante per una donna perbene, in men che non si dica inizia a fare sesso selvaggio con lo sconosciuto dietro un grande paravento. Non importa che siano in mezzo a tanta gente in una sala pubblica, i due ci danno dentro a più non posso e la cosa li eccita a tal punto da ripetere l’impresa per altri due giorni di fila, sempre dietro al paravento, sempre con tanta gente intorno. Hanno il tempo di spogliarsi ed indulgere in tante pratiche: lui può trattarla come una sgualdrina da strada e mostrarle l’incredibile possanza del suo membro (venticinque centimetri signore mie!) di cui va tanto fiero, e lei, che ovviamente va immediatamente in adorazione di un tal fallo, si butta letteralmente in ginocchio e dà prova di essere una fellatrice di razza. Entrambi perdono la ragione: lui ha trovato una che gli fa e si fa fare di tutto, gratis, in luoghi pubblici; lei capisce che era da tutta la vita che aspettava un uomo con tali dimensioni, in grado di soddisfare la sua “fame” e la “sua sete”. Il passo dal sesso all’amore è brevissimo (?) e Passion dopo nemmeno una settimana capisce di amarlo follemente, proprio quando scopre anche che lui è Mark Randolph Hawkmore, conte di Langley fidanzato, benché a causa di un ricatto, con l’amata cugina di secondo grado. Scoppieranno drammi e tragedie prima che i due possano felicemente ricongiungersi, in tutti i sensi.


Erano anni e anni che sentivo parlare di questo libro quindi mi sono accinta a leggerlo con grande curiosità. Già le prime pagine mi hanno lasciata perplessa a causa di una infelice scelta della traduttrice, che fa parlare i protagonisti tra loro dandosi del tu anziché del voi e che usa “ciao” come saluto tra due perfetti estranei. Perplessità che è aumentata ulteriormente per il gergo che Mark usa con Passion, nemmeno fosse una battona da strada e non una signora, e che lei ricambia immediatamente senza imbarazzi o tentennamenti. Però, giunta a pagina quarantaquattro, all’ennesima menzione della vagina affamata e della quantità industriale di seme prodotta dal nostro toro da monta Mark, ho capito tutto: questo era un romanzo comico, così ho potuto continuare la lettura facendomi crasse risate. Chi mi aveva a suo tempo segnalato questo libro era la stessa persona che mi aveva consigliato Menàge di Emma Holly, uno dei miei DIK, purtroppo devo dire che qui siamo proprio su un altro pianeta. Lisa Valdez ha tentato un’operazione rischiosa, che se ben condotta avrebbe avuto risultati notevoli (come nel caso di Oltre l’innocenza della Holly), purtroppo l’eccessiva ambizione, la mancanza di adeguati mezzi espressivi e forse anche una non totale limpidezza da parte della scrittrice hanno invece prodotto risultati modesti. Trasportare di sana pianta linguaggio e situazioni crude dei contemporanei erotici in un romance storico non era facile, ancor più se dopo una prima parte semi porno, nella seconda si gioca la carta del melodramma, quasi più difficile da padroneggiare. Non solo le due parti non si integrano, ma cozzano violentemente tra loro e sembra di avere di fronte un romanzo schizofrenico: prima sesso esagerato senza scopo e linguaggio fin troppo diretto, poi lacrime a fiume, overdose di sentimentalismo e liguaggio fiorito. La prima metà e un florilegio di misure elefantesche, dialoghi da sporcaccioni, penetrazioni da martello pneumatico e orgasmi a pioggia dalla durata pressoché infinita, il che andrebbe anche bene se poi non si passasse repentinamente e incongruamente alla melassa iperomantica. I due protagonisti sembrano due macchiette anziché persone reali, come anche gli altri personaggi: lei la quasi vergine che si rivela ninfomane ed esperta del kamasutra in un battito di ciglia, lui che dovrebbe essere un maschio alpha e si dimostra un bamboccione viziato e debole. A tutti e due l’autrice appiccica una finta e leggerissima patina di sofferenza per giustificare le performances erotiche e la successiva parte drammatica, sfortunatamente risultano piuttosto inconsistenti, come i nostri eroi. In particolare lui è una delle peggiori figure maschili incontrate ultimamente, oltre ad essere debole, rabbioso e con un complesso di Edipo grande come una casa, è l’uomo che dice le cose più sbagliate nei momenti più sbagliati: mentre penetra Passion forsennatamente le dice che vuole diventare come i suoi polmoni e il suo fegato! Meno male che non sono descritti rapporti anali altrimenti che le avrebbe urlato: sì, sì, ancora, dai che sono arrivato al colon e raggiungo l’intestino tenue? Il libro non mi ha convinta, però tutto sommato è stata una lettura divertente e mi piace quando pubblicano libri controversi, tuttavia quello che mi secca è la sensazione nettissima che la Valdez abbia effettuato una furba operazione commerciale al preciso scopo di creare scalpore, tanto le lettrici di romance si comprano con poco: basta inserire qualche frase sull’amore eterno dopo una scorpacciata di sesso e il gioco è fatto. Non mi pare molto rispettoso del pubblico, così se accetto tranquillamente che si chiamino i genitali coi loro nomi non scientifici, però non mi piace che si usi il Vangelo per nobilitare una sveltina e si sovrapponga la parola sacra alla descrizione di un glande arrossato. Per ritemprare lo spirito ho ripreso in mano l’attacco di All’alba dei sogni della Kleypas, un semplice bacio che fa venire le ginocchia molli. Aridateme Lisa!

venerdì 9 luglio 2010

PERCHE’ LEGGIAMO ROMANCE

Qualche tempo fa su IO DONNA, il femminile del Corriere della Sera, c’era una bella inchiesta su donne e lettura, i cui risultati erano almeno parzialmente scontati, ovvero che nel nostro paese si legge pochissimo, ma i pochi che lo fanno sono in maggioranza donne. Per noi lettrici non è affatto una novità, basta guardarsi attorno per strada o in metropolitana o sugli autobus: l’ottanta percento di chi legge è di sesso femminile, come chi affolla librerie e festival letterari. Nonostante questa realtà sia stata finalmente, ma faticosamente riconosciuta, molta strada rimane ancora da percorrere, infatti né qui né altrove ho trovato menzionato, se non fuggevolmente, quello che di fatto, cifre alla mano, è il genere più venduto nel mondo: il romance in tutte le sue declinazioni. Ufficialmente non esiste, è un fantasma letterario equiparabile, al massimo, a quei giornalacci con in copertina coppie vip beccate nude o in lascivi abbracci in qualche località esotica. Peggio ancora, se lo si legge bisogna risolutamente negare di farlo, pena l’ostracismo sociale. Bisogna vergognarsi e leggerlo di nascosto da mariti, compagni o fidanzati che magari aprono un solo libro all' anno ma sono prontissimi a darti della donnetta se ti trovano un romance in borsa. E non bisogna neppure fidarsi di amici e conoscenti, pronti a rivolgerti un sorrisetto di sprezzante superiorità non appena ti scoprono con un romanzo rosa in mano. L’editoria in quanto a snobismo segue l’ambiente intellettuale, e quella “robetta “ non la considerano nemmeno. D’altronde il romance è un genere destinato alle donne e prodotto dalle donne, le quali, si sa, contano e vengono prese meno in considerazione degli uomini. Ciononostante il romance vive e prospera sempre più, guadagnando pubblico e consensi anche dalla critica, perlomeno all’estero e invece di conoscere crisi si rafforza. Sarebbe forse interessante per gli uomini e gli editori conoscere quale siano la ragioni dietro ad un successo così straordinario e duraturo, anche perché molto rivelatore di sogni e desideri delle donne. Qualcuno, dispregiativamente, ha in passato definito il romance come pornografia per donne. Sebbene questo non sia corretto, il paragone di fondo non è ingiustificato: come la pornografia, che a noi donne piaccia o no, risponde ad un profondo bisogno maschile, così il romance risponde ad un profondo bisogno femminile. E come, incredibilmente, al giorno d’oggi la pornografia è rispettata e riconosciuta, tanto da essere addirittura definita arte in diversi ambiti, incluso quello letterario, sarebbe bello se il romance ricevesse lo stesso trattamento, invece che essere sempre considerato di livello inferiore e con esso le sue numerosissime lettrici. Le quali, per la cronaca, sono varie e variegate, e non quelle macchiette di casalinghe ignoranti e frustrate che a molti farebbe comodo dipingere. Tuttavia, quale che sia la loro professione, il loro stato civile o il loro grado di istruzione, le fanatiche del romance hanno in comune fantasie segrete e potenti, che resistono ai cambiamenti più radicali della società. Fantasie connaturate all’animo femminile che risultano simili ai quattro angoli del globo e che benché a volte inconfessabili, non sono per questo meno intense. Inizierò oggi ad elencarne alcune:

 
a) Le donne, sotto sotto amano i clichees e i ruoli chiari: che la donna faccia la donna e l’uomo l’uomo. Solo così esse trovano la loro giusta collocazione e la giusta direzione (leggi la conferma della loro femminilità) in un mondo che diventa sempre più confuso. Difatti non capiterà mai che l’eroe tradisca l’eroina con un uomo o con un travestito.

b) Non importa quanto emancipata e libertina una donna possa essere, nel suo cuore sogna sempre il principe azzurro, quell’uomo unico e insuperabile che la faccia sentire speciale, sicura e protetta da tutti e da tutto. La donna vuole essere dipendente a tutti gli effetti anche se in realtà non lo è e afferma di non volerlo essere. In verità vorrebbe un uomo che si sobbarcasse il peso enorme della vita quotidiana, che come è noto, ricade invece principalmente sulle donne. La donna vagheggia davvero di posare il capo sulla spalla forte del principe che si prenderà cura di lei e le risolverà tutto.

c) Il principe azzurro, oltre a proteggersi e a farsi carico della donna totalmente, ha anche un altro pregio, ovvero sceglie l’eroina e la eleva sopra tutte le altre donne e questo è fondamentale. Le donne sono molto competitive le une con le altre e passano la vita a confrontarsi e se necessario sbranarsi tra loro. Anziché rompere il circolo vizioso della competitività e dell’invidia e dedicarsi alla sorellanza, in cuor suo la donna gioisce nel primeggiare sulle altre attraverso l’eroe di turno e così facendo si sente realizzata.

d) Poiché in moltissimi casi le donne non hanno alcun potere effettivo, socialmente, intellettualmente e politicamente, l’unico ambito che rimane loro è quello affettivo: l’amore è il regno di cui loro sono sovrane e in cui trionfano sempre, non per nulla i romance han sempre un lieto fine. Al contrario della realtà in cui spessissimo, purtroppo, la fine è nera.

e) Le donne sono affamate di affetto. Non importano i progressi fatti, le donne hanno un autostima nettamente inferiore a quella maschile e sono sempre bisognose di continue rassicurazioni. Il romance fornisce un’enorme iniezione di fiducia, poiché i protagonisti maschili riempiono l’amata di complimenti e gratificazioni di ogni tipo e le inondano di un amore appassionato e perenne. Mentre gli uomini reali nemmeno notano se ti sei tagliata i capelli alla maschietta e li hai tinti di un colore diverso.
 

giovedì 1 luglio 2010

RECENSIONE IL LORD DEL MISTERO (To Love a Dark Lord) di Anne Stuart

Prima edizione: 1994 by Avon Books



Edito in Italia da: Mondadori, I Romanzi Emozioni no.17, maggio 2010

Ambientazione: Inghilterra/Irlanda 1775


Livello di sensualità: hot (bollente)


Voto/rating: 7,5/10



Immaginate un buio fitto, un’oscurità impenetrabile, ogni assenza di vita e di colore. Immaginate, se vi è possibile, il nulla. E se non ci riuscite, pensate a quanto di più vicino possibile a quelle tenebre esista. Ecco, questo è ciò che troverete dentro quel recipiente, chiamato incongruamente anima, di James Killoran. Le cose forse hanno un’anima, così come certamente l’hanno gli animali e molte persone, ma non tutte. James Killoran, a quanto pare, è fra queste ultime. Se mai avesse un'anima la venderebbe al diavolo, non tanto per vil denaro, quanto per provare qualcosa, oltre alla noia assoluta che lo attanaglia. Nessun eccesso o gozzoviglia riesce a strapparlo da questo torpore, così che quando casualmente, in una locanda, incontra una giovane che ha appena ucciso lo zio, se ne assume la colpa, non come gesto cavalleresco, ma per farsi due risate.

Emma Langolet bella e ricca ereditiera orfana, cresciuta con privazioni, rinunce e preghiere dal libidinoso zio e dalla severissima quanto avida cugina, non riesce a comprendere se deve sentirsi più turbata per aver tolto la vita allo zio, peraltro per legittima difesa dato che lui intendeva assassinarla onde impossessarsi della sua eredità, o per essere stata salvata da un gentiluomo splendido quanto chiaramente perfido e con tali assurde motivazioni. Forse Emma non è così buona come ritiene di essere, poiché il sangue che le macchia le mani non la sconvolge come dovrebbe e il suo senso di colpa è pressoché inesistente. Peggio ancora, dopo che Killoran le ha procurato un lavoro come governante, lei tenterà nuovamente di ammazzare un altro maschio in preda a raptus ormonale. Fortunatamente non ci riuscirà, ma Killoran verrà nuovamente in suo soccorso, questa volta chiedendole un congruo prezzo: divenire il mezzo attraverso il quale ottenere vendetta. Difatti oramai nella vita decadente e dissoluta di James non c’è nient’altro, né il sesso, né il potere o la ricchezza lo coinvolgono o lo emozionano, solo il desiderio di vendetta lo fa pulsare, avvolgendo come la carne di una donna innamorata. E ad essa è pronto a sacrificare tutto o quasi. Anche quel bocciolo delicatissimo e fragilissimo che è il legame con Emma, un regalo inatteso, e non voluto, del destino.



La trama di questo romanzo, come nello stile della Stuart, presenta diversi ed interessanti personaggi di contorno, benissimo tratteggiati e un intersecarsi di vicende primarie e secondarie, fino ad un finale decisamente più forte e convincente dell’inizio. Quasi nessuno è veramente innocente, però in compenso di cattivi e perfidi ce n’è a bizzeffe ed è questo il punto di forza del libro. Questo e Killoran, che da solo varrebbe la lettura. Un bastardo, infingardo, scellerato e infame come pochi. Insensibile, egoista, egocentrico, manipolatore e opportunista. Un eroe nero e torbido, che non si redimerà nemmeno alla fine. Un maschio che non vi chiederà scusa e che non ve ne risparmierà una. Che vi farà soffrire e vi sfrutterà per i suoi scopi, per poi abbandonarvi al vostro destino. Ma nel frattempo vi farà piangere e sospirare e gemere, nonché raggiungere l’estasi. Insomma, in poche parole, assolutamente meraviglioso. Killoran è al di là del male, in una specie di cono d’ombra dello spirito dove c’è l’assenza di tutto e il timore di nulla, ma anche dove la zona di luce è pericolosamente vicina. Su questo confine sottile gioca principalmente ed abilmente la Stuart, ovvero sul farci intravvedere che dopotutto Killoran non è totalmente malvagio e che potrebbe essere salvato dalla donna giusta. E noi, come la povera Emma, tiriamo fuori dall’armadio la nostra divisa da crocerossina e ci buttiamo nell’impresa, convinte che sì, ce la faremo. Emma forse ce la farà, noi di certo no, purtroppo la lettura terminerà con la certezza che se questi uomini nella vita reale ci avrebbero già spinto ad atti inconsulti, tuttavia nella finzione risultano estremamente affascinanti. Nonostante la grande ed indubbia bravura della scrittrice, specie nei dialoghi, ed alcune scene davvero magiche (come la partita a carte), i meriti del romanzo a mio avviso terminano qui. La trama è piuttosto incredibile e forzata in diversi punti, situazioni e personaggi sembrano spesso schematici e tipici di un impianto romance di qualche tempo fa e soprattutto Emma non è assolutamente un’eroina degna di Killoran. E’ pur vero che Killoran sovrasta tutti di parecchie spanne, ma Emma risulta scialba, poco interessante e debole per stare alla pari con lui. Onestamente non mi è chiaro quali siano le qualità, tanto in positivo che in negativo, della giovane che dovrebbero indurre un tipo come Killoran a capitolare e ciò fa perdere parecchi punti al libro. Come anche il fatto che la Stuart ci ripeta come siano i personaggi, piuttosto che mostrarcelo. In conclusione un libro di atmosfera, poco rassicurante con un protagonista fenomenale, che da solo si meriterebbe un 12 come voto.

In coda a questa recensione vorrei dedicare due righe alla sospensione della collana Emozioni, di cui questo sarebbe quindi l’ultimo volume. Non conosciamo le ragioni che hanno portato a questa decisione, ma spero vivamente che la Mondadori ci ripensi e si accorga di aver preso un abbaglio. Per tutte noi questa collana è nata quest’estate con Simply Perfect di Mary Balogh e subito è stata amata quasi incondizionatamente dalle lettrici, nonostante la difficoltà di reperibilità. Grandi autrici, grandi romanzi in versione integrale, belle copertine, carta ed impaginazione raffinate. Ci avete fatto sognare, ci avete fatto sentire delle lettrici si serie A: non portateci via tutto questo.

giovedì 17 giugno 2010

RECENSIONE SARA’ MAGIA (Uncertain Magic) di Laura Kinsale

Prima edizione: 1987 by Avon Books



Edito in Italia da: Mondadori, I Romanzi Emozioni no.16, aprile 2010


Ambientazione: Inghilterra/Irlanda 1797


Livello di sensualità: hot (bollente)


Voto/rating: 8+/10






Ci sono confini che varchiamo nonostante migliaia di soldati, altri, i nostri, non li varchiamo mai. Le nostre paure e i nostri limiti ci spaventano più che un intero esercito. Ciò che non possiamo modificare, e che non siamo in grado di accettare, ci consuma dentro senza sosta. Si possono cambiare tante cose con la volontà e con la lotta, ma molte ingiustizie no, e proprio quelle, le più pesanti ed a volte terribili, dobbiamo in un modo o nell’altro apprendere come sopportarle. Per alcuni sarà la disgrazia di essere nato nel luogo e nella classe sociale sbagliata, per altri l’esser costretti a subire continue angherie senza potersi ribellare o perlomeno rendere pan per focaccia, per certuni ancora l’impossibilità di essere normali e mescolarsi con gli altri. Roderica Delamore non conosce la quiete assoluta, o il poter guardare qualcuno negli occhi senza che questi ritragga i propri a disagio; non sa che significhi essere accettata, sentire che qualcuno non solo cerca la sua compagnia, ma si trova bene vicino a lei. Al suo apparire la gente si divide come la acque del Mar Rosso, lasciandola sola e con la testa e il corpo invasa dagli altri. Roderica, Roddy, infatti ha un dono splendido e spaventoso al contempo: percepisce i pensieri e le emozioni di chi le sta accanto, siano essi umani od animali. Non ci sono segreti per lei, soprattutto e purtroppo per la sua famiglia che, benché la ami a modo suo e stoicamente tolleri questa “maledizione” che si manifesta nei propri membri di sesso femminile, in fondo la teme e sarebbe sollevata di non averla più intorno. Roddy, dal canto suo, sogna di liberarsi di questa capacità e avere un’esistenza almeno un poco comune: un marito e dei figli, un traguardo scontato e banale per molte donne, non per lei tuttavia. Il fato è in ascolto e risponderà alle sue preghiere in modo efficace: mettendo sulla sua strada un uomo bello, misterioso e dalla famigerata reputazione di depravato: Faelan Savigar, conte di Iveragh. Anche di fronte a Iveragh la gente si scosta e fugge disgustata, cercando di evitarne la presenza in tutti i modi. Un reietto, come lei. Un diverso, come lei. E l’unica persona di cui non riesce ad ascoltare i pensieri. Il silenzio, finalmente. L’opposizione di parenti ed amici non dissuaderà Roddy dallo sposare Faelan, solo con lui è convinta di avere una minima prospettiva di tranquillità. Un matrimonio di convenienza per entrambi: lei avrà un’esistenza lontana da suoi, lui i soldi per pagare gli ingenti debiti della sua proprietà in rovina in Irlanda. O forse no, forse tutti e due si sono riconosciuti l’uno nell’altra con una semplice occhiata, forse i loro corpi hanno ammesso, ancor prima della ragione, di aver trovato l’unica metà accettabile, quella in grado di completarli. Due quasi estranei che dovranno imparare a conoscersi e a permettere a loro stessi di amarsi, ancor prima di amare l’altro.



Sarà magia ha un inizio folgorante, ovvero la descrizione tesa e intensa del cuore di uno stallone che mentre sta correndo una gara, comincia ad avvertire forti spasmi e che tuttavia non smette di galoppare. Mentre i crampi gli invadono ogni fibra del corpo e il dolore rischia di schiantarlo, lui continua a correre e correre, sempre più forte, senza fermarsi, indomito e tenace, pronto a tagliare il traguardo e a vincere, per non deludere chi lo sta montando. Anche a costo della sua stessa vita. Per un attimo anch’io, come Roddy, sono stata dentro quel cavallo e ho tremato con lui e patito le sue sofferenze, paventando che il mio cuore si spezzasse. Basterebbe solo questa scena, queste poche pagine per consegnare Laura Kinsale nell’Olimpo delle grandi autrici, quella scrittrici di razza che ti trascinano nel mondo da loro creato e ti ammaliano con la potenza, l’eleganza, la raffinatezza di una prosa che è quella di chi ha veramente talento, della letteratura con la L maiuscola. Un’autrice che incidentalmente scrive romance, col rischio di essere forse troppo raffinata per palati che magari, a volte, preferiscono di gran lunga personaggi, trame e una scrittura più elementari. Autrici come Laura Kinsale sono la ragione per cui leggo, e con fierezza romance, mentre altre mi imbarazzano decisamente. Questo romanzo è davvero magico, ti rapisce dall’incipit riuscendo in due imprese difficilissime: fondere naturalmente e credibilmente elementi realistici e soprannaturali, mantenendo incertezza e mistero fino all’ultimo e regalarci uno splendido, virile, caldo, meraviglioso e seducente eroe, mostrandocelo solo dal punto di vista di Roddy. Il libro infatti è tutto narrato dalla prospettiva della protagonista, ma incredibilmente la figura di Faelan non ne soffre affatto, perché la Kinsale è bravissima a presentarcelo attraverso le sue azioni, anziché descriverlo attraverso i suoi pensieri. Ci viene detto come è realmente, non ciò che si dice di lui, errore di molti, troppo romanzi. Insieme a Roddy lo scopriamo e lo capiamo man mano che le pagine avanzano, partecipando dei suoi dilemmi, dei suoi dubbi, del suo desiderio per il marito, come della voglia di abbandonarsi a un sentimento che aveva sempre ritenuto le fosse precluso. Come sempre per il tramite di lei, siamo in grado di vedere i tanti e sottili cambiamenti che avvengono in Faelan. Se Roderica è una ragazza ben più saggia della propria età, profonda, rassegnata ma anche generosa, aperta, pragmatica e affamata di passione, altresì Faelan è così abituato ad essere respinto, accusato e disprezzato, che nemmeno la sua carriera di seduttore è oramai capace di smuovere nulla dentro di lui. Il loro amore istintivo li porterà a confrontarsi coi lati più bui di loro stessi, quella zona talmente oscura che tutti preferiremmo ignorare, a nutrire e realizzare sogni a lungo repressi, a comprendere che l’unica vera ricchezza che abbiamo è la stima e la fiducia incondizionata di chi ci ama veramente. La maturazione, intrecciata alla storia drammatica e tragica dell’Irlanda, terza protagonista della del libro, sarà dolorosa e lunga sia per Roddy che per Faelan e quando si diranno “ti amo” non saranno una vuota e facile frase, bensì ottenuta pagando un prezzo alto, perché la felicità e l’amore vero, costano sempre e molto, altrimenti sono solo una pallida imitazione del sentimento. La Kinsale ci ricorda anche che il mondo intorno a noi vibra e pulsa, che non tutto può essere spiegato con la logica e che la nostra anima, in positivo o in negativo, è l’arma o la risorsa più potente che abbiamo.



Un romanzo appassionante ed emozionante, che commuove e fa riflettere e non pare certo scritto la bellezza di ventitré anni fa, (se confrontato con la roba che usciva negli anni ottanta, questo è un capolavoro assoluto) anzi è tuttora avanti rispetto a molti libri che escono ai giorni nostri, per i temi che tratta, per come li tratta, e per la forza dei suoi protagonisti. Allora perché non dargli un bel 9? Il finale è troppo veloce e scioglie solo parzialmente certi importanti nodi della storia, che meritavano una maggiore attenzione, invece assorbita inutilmente dalla rivolta irlandese e in alcuni punti Roddy, che in genere sostiene incondizionatamente il marito, è pronta a credere, senza dubbio alcuno e senza concedergli un contraddittorio, il peggio di lui. Ora, pur se questo è nella realtà, oggi come all’epoca, un atteggiamento diffuso tra molta gente, che senza elementi e con estrema arroganza, aggredisce ed impone agli altri i propri pregiudizi, nella finzione risulta fastidioso e stonato riguardo alla figura di Roddy, altrimenti molto equilibrata, trasformandola in una ragazzina petulante ed ottusa, quale lei non è. Però se avessi letto questo volume nel 1987, gli avrei dato un 11.

mercoledì 2 giugno 2010

RECENSIONE L’AMANTE DELLE TENEBRE (The Companion) di Susan Squires

Prima edizione: 2004 by St. Martin’s Press



Edito in Italia da: Mondadori, I Romanzi Dark Passion no.1, aprile 2010


Ambientazione: regency, Egitto/Inghilterra 1818


Livello di sensualità: warm (caldo)

Voto/rating: 7,5/10

Collegamenti ad altri libri: primo volume, in ordine consigliato di lettura, della composita serie denominata appunto The Companion di cui questi sono i principali romanzi:

1 - L'AMANTE DELLE TENEBRE (The Companion) (1818) – protagonisti Ian Rufford e Elizabeth Rochewell

2 - The Hunger (1811) - protagonisti Beatrix Lisse e John Staunton, conte di Langley

3 - The Burning (1820) - protagonisti Stephan Sincai e Ann Van Helsing

4 - One with the Night (1821) - protagonisti Callan Kilkenny e Jane Blundell

5 - One with the Shadows (1821) - protagonisti Gian Urbano e Kate Sheridan

6 - One with the Darkness (timetravel: Inghilterra, 1821 - antica Roma) - protagonisti la contessa Donatella Margherita di Poliziano e Jergan

7 - Time for Eternity (timetravel: Francia, 1794 - America, giorni nostri) - protagonisti Frankie Suchet e Henri Foucault – questo romanzo appartiene anche alla serie “Da Vinci“.


Sole, sabbia, sudore. E rovine sepolte, deserti infiniti, oasi introvabili. Carovane interminabili, cammelli pulciosi. Marce stremanti, frustate sferzanti. Piedi che sanguinano, corpi, che cedono Un calore ustionante, una sete insaziabile. Questo è quello che per due interi anni conosce Ian Rufford, una volta sfaccendato e gaudente gentiluomo inglese, ora schiavo senza nome e senza identità il cui unico scopo è sopravvivere alla giornata senza troppe ferite. Salvo e libero per miracolo, Ian viene trovato e soccorso dai connazionali di una base militare e sogna di poter tornare in Patria per dimenticare il terribile incubo che ha vissuto e rifarsi una vita. Purtroppo anche se non porta più le catene, Ian è più prigioniero di prima. Un nemico insidioso e mortale si annida dentro di lui, un compagno indesiderato che però è anche la vita stessa che lo anima, un compagno che lo rende inumano ma da cui è impossibile separarsi.

Anche la vita di Elizabeth Rochewell si è svolta tra sole, sabbia, sudore, carovane e rovine. Il padre archeologo l’ha trascinata con lui fin da quando era poco più che una bambina. Per lei non esiste altro modo di vivere e quando il padre muore, a causa di un incidente durante una spedizione, Beth si sente orfana due volte: del genitore e della possibilità di continuare con l’unica esistenza che conosce e ama. Senza più un uomo a proteggerla, Beth dovrà andare dai parenti del padre in Inghilterra, e trasformarsi in qualcosa che non è in un mondo che conosce appena. Una sciocca ragazza interessata solo a vestiti, famiglia e frivolezze in una nazione fredda e piovosa. Lei che è una donna intelligente, colta, indipendente. Incapace di ipocrisia e amante dell’avventura. Lei che è bassa, scura e poco attraente come la madre egiziana. Una mezzosangue che si sente a proprio agio solo quando è alla ricerca di antichità, col sole a picco che le incombe sulla testa e il fuoco che le scorre nelle vene per l’eccitazione della scoperta. Sul ponte della nave che li sta riportando in Inghilterra, Ian e Beth, due solitudini, due angosce, si incontreranno, si scontreranno e impareranno infine a conoscersi, svelandosi l’uno all’altra, oltre i pregiudizi e le paure. Oltre l’impensabile. Trovando forse, nella loro unione, l’unica possibilità di salvezza dai propri demoni.



La nuova collana della Mondadori non poteva avere inizio migliore e più azzeccato. Un libro dalle atmosfere gotiche da cui è difficile staccarsi una volta iniziata la lettura. Avevo deciso di leggere per primo il libro della Dodd, ma una volta cominciato questo romanzo, sono stata rapita dalla storia. La lenta rivelazione delle vicissitudini di Ian e della sua trasformazione mi hanno appassionata e commossa, perché il male che lui si trova a combattere, per quanto prima di controvoglia e poi consapevolmente, non è solo esterno, ma prima di tutto interno. Le sue debolezze, i suoi vizi e la sua incapacità a conviverci, erano già presenti prima del cambiamento, solo che Ian li reprimeva e si girava dall’altra parte senza affrontarli. Similmente Beth, che pure è intrepida, quando si tratta di sé stessa e delle proprie passioni, diviene codarda, in parte per timore dell’ostracismo di una società che vuole le donne solo mogli e madri sottomesse, in parte per la paura di assumersi la responsabilità dei propri desideri. Incrociare Ian la obbligherà a fare i conti coi segreti della sua anima e coi reali rischi che si corrono quando si cerca di realizzare le proprie ambizioni più profonde, ovvero una terribile disfatta, ma anche la possibilità della riuscita e del peso che questa comporta. Ian, eroe suo malgrado, dimostrerà una forza morale che lui stesso non sospettava di possedere e la sua battaglia contro il Compagno gli farà realizzare che forse, anche dal male e dalla disgrazia, possono nascere l’amore e la vita. Una coppia quella dei protagonisti, tra le più belle ed interessati di questi ultimi mesi, dove sia l’eroe che l’eroina sono intensi alla stessa maniera, sollecitando la nostra identificazione ora con l’uno ora con l’altra. Forse l'unico neo di questo romanzo è quello di non aver dedicato maggior spazio alla storia d'amore, che a volte passa in secondo piano rispetto al resto. La Squires scrive benissimo, con uno stile sobrio ma piuttosto evocativo e con un essenziale senso del ritmo che è fondamentale per trame di questo tipo. Attendo con ansia un nuovo volume di questa serie e lo consiglio a tutte tranne alle allergiche al paranormale.

lunedì 17 maggio 2010

RECENSIONE TRUE BLOOD LA SERIE

                       


In un futuro non ben precisato, i vampiri e gli umani possono convivere pacificamente, grazie ad un'invenzione rivoluzionaria di una ditta farmaceutica giapponese, che produce uno speciale tipo di sangue sintetico, il True Blood, in grado di soddisfare i bisogni fisiologici dei vampiri. Ormai sono due anni che vampiri e umani vivono gli uni accanto agli altri, pur se con difficoltà e contrasti. A Bon Temps, una piccola e tranquilla cittadina della Louisiana abitano Sookie Stackhouse (Anna Paquin), una cameriera che ha il dono di leggere i pensieri della gente, la nonna Adele (Lois Smith), il fratello Jason (Ryan Kwanten) e la migliore amica di Sookie, Tara (Rutina Wesley) con la madre alcolizzata ed il cugino gay Lafayette Reynolds (Nelsan Ellis), spacciatore e prostituto part time. Una notte, al Merlott’s, il locale di proprietà di Sam Merlotte (Sam Trammell) in cui Sookie lavora, questa incontra Bill Compton (Stephen Moyer), un vampiro di centosettantatre anni originario di Bon Temps, tornato a casa dopo parecchi anni. Tra i due nasce immediatamente un legame amoroso che li porta a dover lottare contro i pregiudizi degli amici e dei cittadini di Bon Temps.

                               

Con queste premesse, ovvero una storia intrigante tratta dalla saga di Charlaine Harris, i numerosi premi vinti e le ottime critiche ricevute in patria, mi sono accinta alla visione di questa serie con la migliore disposizione d'animo. E male me ne ha incolto! Se cercate un amore romantico, qui ne troverete solo un’ombra. Se vi aspettate una bella storia di vampiri, lasciate perdere. Se ritenete che la trama debba avere un minimo di coerenza, girate al largo. Se invece desiderate una sequela strabordante di scene violente e splatter, di continue ed assolutamente gratuite scene di nudo (etero e gay), e di copule in varie, spesso assurde posizioni, avete trovato il serial che fa per voi. Il creatore e produttore della serie Alan Ball, già padre della serie Six Feet Under, nonché premio Oscar per American Beauty, mira in alto, ad un livello metaforico addirittura. Attraverso i libri della Harris, vorrebbe presentarci uno spaccato della provincia americana contemporanea: un luogo desolato, privo di cultura, gretto, pettegolo, arrivista e volgare, dove a parte il denaro, non ci sono altri valori, tantomeno solidarietà sociale. Dove i diversi continuano ad essere discriminati, sia che abbiano la pelle nera, siano telepatici, o che siano cattolici, o che abbiano dei lunghi canini ed il pregiudizio regna sovrano ovunque. Peccato che questa scoperta analogia tra i diversi di ieri (neri, cattolici, ebrei, gay) e quelli di oggi (vampiri, telepati, mutaforma etc.) non vada oltre qualche battuta, e si perda nella palude di una trama mal congegnata, piena di inutili diversioni e di un affastellamento di stimoli violenti e sessuali, che non hanno altro scopo che scandalizzare e far parlare di sé. Direi anche che servono a coprire una mancanza di sostanza piuttosto evidente, poiché i personaggi sono i primi a soffrire di questo pressapochismo e sembrano quasi tutti, con poche eccezioni, degli schizofrenici. La protagonista Sookie, una Anna Paquin ipersmorfiosa, ne è un perfetto esempio: un attimo adora il suo Bill, quello dopo l’abbandona o se la fa con Sam, da sempre innamorato di lei; per non parlare del fratello Jason, costamtemente allupato, la cui unica occupazione è far sesso con chiunque, ubriacarsi e drogarsi, possibilmente in contemporanea, o della nera Tara, arrabbiata perenne, che va cianciando dei danni dello schiavismo e aggredisce il mondo, per poi lamentarsi di essere sola. Il problema, nonostante le velleità intellettuali di questo serial e di Ball, è che se intendevano ammaliarci con una storia appassionante sui vampiri, (triviali, depravati e disgustosi come il resto della popolazione umana) la quantità industriale di stupefacenti, pettorali, peni e sederi, non serve allo scopo, idem se si cercava di proporre un telefilm dai forti contenuti sociali. I problemi della gente sono ben altri, in America come in Europa, e qui non vengono nemmeno lontanamente scalfiti.
                                         

Non abbiamo la favola, non abbiamo il sogno, non abbiamo nemmeno la riflessione, a mio avviso una debacle totale. In questo squallore e vuoto generale, si salva solo il bello e bravo Sthephen Moyer, seducente e convincente vampiro, che da buon inglese, porta un po’ di fascino e classe nel dipingere Bill, donando un minimo di soddisfazione a noi amanti dei succhiasangue. Tuttavia, amiche mie, c’è una sola vera ragione per sorbirsi la prima ed anche la seconda serie di True Blood: si chiama Alexander Skarsgård, l’interprete dello sceriffo vampiro Eric Northman, un metro e novantatré di vichinga bellezza. Ammirate, ragazze, ammirate, ma shhhhhhhhh, non ditelo ai vostri uomini …
                                           




giovedì 6 maggio 2010

RECENSIONE LA BELLA ADDORMENTATA (Sleeping Beauty) di Judith Ivory

Prima edizione: 1998 by Avon Books


Edito in Italia da: Mondadori, I Romanzi Emozioni no.15, marzo 2010

Ambientazione: Inghilterra 1870 circa

Livello di sensualità: hot (bollente)

Voto/rating: 7,5/10





James Stoker è giovane, bello, intrepido e ambizioso. Ha trascorso gli ultimi tre anni come capo geologo di una spedizione in Africa, da cui, unico sopravvissuto, ha riportato in Patria montagne di manufatti d’oro che gli hanno garantito laute prebende, cariche prestigiose ed addirittura una baronia. La vita gli sorride e lui se ne gode ogni momento, soprattutto da quando è stato vicinissimo a perderla. Ha praticamente tutto, il mondo è nella sua mano e vorrebbe assaporare qualche nuovo piacere, come intrecciare una liason con una donna in grado di sconvolgerlo, oltre che di eccitarlo. Un incontro fortuito, dal dentista, darà corpo a questa sua fantasia nella persona di Coco Wild, che ben presto egli scoprirà essere stata una famosissima cortigiana, compagna di nomi altisonanti del gotha europeo. Nonostante lei lo scoraggi in ogni modo, sottolineando i quasi otto anni che li dividono, come anche il fatto che accostare il proprio nome al suo lo danneggerebbe in quella che è una brillante carriera agli inizi, James non demorde e si mette in testa di averla, in un modo o nell’altro. Coco dal canto suo, non è animata solo da nobili intenzioni nell’evitare di rovinare il giovane, ma pure da un sano egoismo, ormai ricca ed indipendente infatti, non vuole rischiare di infatuarsi di James, da cui è fortemente attratta, e perdere un equilibrio faticosamente conquistato. Decide quindi di mettere la più grande distanza possibile tra di loro. Il destino, tuttavia, ci metterà lo zampino e li farà incontrare nuovamente, costringendoli ad affrontare un territorio ben più inesplorato e pericoloso del centro Africa, ovvero quello dell’amore.


Ogni volta che debbo recensire un libro di Judith Ivory mi trovo in grande difficoltà. Non sono poi molte le scrittrici che possono vantare una prosa così raffinata ed elegante, così musicale e densa di significati da rivaleggiare tranquillamente con la grande letteratura, con una capacità di sintesi che non tralascia mai una varietà descrittiva entusiasmante. I suoi eroi, inoltre, sono sempre interessanti, complessi, arguti, seducenti, mascolini, forti e pieni di dinamismo, come lo è James in questo romanzo. Non è difficile amarlo, trascinati dalla sua voglia di vivere, pienamente e completamente, in una società repressiva di cui prima faceva parte ed a cui si uniformava, ma in cui ora, dopo tante esperienze drammatiche con paesi e culture lontane, non si riconosce più. Per lui Coco non è meno esotica di una tribù sub-sahariana, così diversa dalle sue connazionali, così libera, così sensuale, un frutto succoso da gustare. Ma Coco è anche colta, intelligente e divertente, né una scialba debuttante, né un’ipocrita e fredda dama del ton che cerca un’avventura sordida. E James, che si ritiene un uomo fatto, ma in campo erotico e sentimentale è ancora uno scolaretto, viene rapito dalla prospettiva di intrattenere una relazione con una donna di tal fatta, capace di garantirgli sensazioni forti, senza intrappolarlo in un unione. Qui, però, inizia l’inghippo, poiché è evidente che James è colpito da Coco fin nel profondo e che non si accontenterà mai di un semplice legame carnale. Peggio ancora quando passiamo ad esaminare l’affascinante Coco, colei che dovrebbe esser degna di tanta devozione e del prezzo piuttosto pesante che James dovrà pagare per vivere con lei allo scoperto. La perfezione fisica e la capacità dialettica non sono sufficienti, a mio avviso, a giustificare né la passione sfrenata, né l’amore duraturo che James proverebbe per lei. Mai in tutto il romanzo, se si eccettua un accenno di lato materno, Coco mostra qualche dote dell’anima che la renda amabile, simpatica, commovente. La sua presunta paura d’amare è poco toccante e troppo ragionata per risultare nulla più che un espediente narrativo. Non ci viene nemmeno fornita una qualche spiegazione per la sua scelta di vita che, onestamente, al lettore era dovuta. Alla fine non conosciamo granché Coco e quello che conosciamo di lei non è esattamente esaltante. Da qui nasce il mio imbarazzo a cui accennavo sopra, nel leggere un libro esteticamente delizioso, ma carente di immedesimazione, perché come è abituale, le eroine della Ivory sono tutte, immancabilmente, odiose e Coco non fa eccezione, al di là della sua professione. L’autrice inoltre, osserva dall’alto i suoi personaggi senza entrare veramente nella loro pelle. Molto lucidamente per carità e con un acume raro, ma un poco più di emozione non avrebbe guastato. Per il resto il romanzo segue l’impostazione classica di tutti i libri della scrittrice: incontro dei due senza che l’uno sappia esattamente chi è l’altro, notte di passione infuocata, presa di distanza ed abbandono il giorno dopo per riassumere i rispettivi ruoli, lento riavvicinamento con lui che insegue strenuamente lei. Non importa che lei sia una cocotte e lui un uomo più giovane, questi son particolari secondari di uno schema già risaputo. Peccato, perché secondo me ne avrebbe guadagnato la trama se questi fossero stati approfonditi, ma così non è. E’ una lettura di qualità e di sostanza anche se non molto coinvolgente, comunque consigliata perché la Ivory ha un grandissimo talento.